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La mattina del primo ottobre 1959 le scuole di Torre del Greco vennero chiuse per lutto: nel suo villino ai piedi del Vesuvio era morto a 82 anni Enrico De Nicola, il primo presidente (sia pure col titolo di provvisorio) della Repubblica italiana nata dalla Resistenza. Il sole invitava alla scampagnata, ma tanti studenti resero omaggio a quel giurista prestato alla politica. Altri tempi, il valore si rispettava.
Perché se c’è un uomo da indicare ad esempio, in questi giorni scuri, è proprio lui.
De Nicola fu uno dei pochi italiani a praticare l’istituto delle dimissioni. Nel 1924 lasciò la presidenza della Camera non appena si accorse che il fascismo era una minaccia. Tornò a fare politica nella libertà. Lo scelsero, nel 1946 - ed è un’altra lezione per l’oggi - anche perché si accorsero che tutto il potere era in mano a uomini del Nord, De Gasperi e Togliatti, Romita e Nenni. De Nicola rinunciò al Quirinale - simbolo della monarchia ostaggio del Duce - e abitò nel più modesto Palazzo Giustiniani. Viaggiava su un’auto privata, non blu. D’inverno indossava un cappotto rivoltato. Onesto, austero. Quando capì che volevano condizionarlo, si dimise invocando “motivi di salute”; il giorno dopo lo confermarono. Difese l’unità del Paese. E’ bello che sia stato lui a firmare la Costituzione più bella del mondo, ora sotto minaccia.
Sembra strano a vederne i risultati, eppure la costa vesuviana ha un’illustre tradizione di amministratori, compresi quattro capi del governo borbonico.
Nicola Maresca di Serracapriola (Pietroburgo 1790 - Portici 1870), diplomatico, fu capo del gabinetto formato nel gennaio del 1848 dopo la concessione della nuova Costituzione. Fu il suo orientamento verso moderate aperture a portarlo alla carica.
Quando infuriò la reazione, non condivise la retromarcia del re e dopo quattro mesi fu sostituito. A succedergli fu Carlo Troya (1784- 1858). Avvocato e matematico, era figlio di Michele, il celebre medico della real corte. Già intendente in Basilicata, fu esiliato dalla reazione (1824) e graziato nel 1826. Fondò la Società Storica Napoletana, scrisse opere importanti. Dal 3 aprile al 15 maggio del 1848 fu a capo di un governo ben più radicale di lui. Restò in carica appena un mese e mezzo.
Ben più reazionario il fratello Ferdinando (Portici 1786 - Roma 1861). Magistrato di grande rigore, religioso fino al bigottismo, prono ai voleri del Borbone, già ministro della Pubblica istruzione e degli Affari ecclesiastici, nel gennaio 1852 divenne presidente del Consiglio dei ministri del re al posto di Giustino Fortunato sr, caduto in disgrazia.
Decise molte misure poliziesche o, meglio, non si oppose a quelle volute dal monarca su imposizione di Maria Teresa “la tedesca”, che riassumeva il suo stile nel consiglio al marito: “Casticate, maestà, casticate”. Occupò la poltrona fino al 1859, quando Francesco II appena salito al trono lo sostituì col generale Carlo Filangieri.
Carlo Filangieri (Cava de’ Tirreni 1784 - Portici 1867) fu l’uomo dei momenti perduti. Soldato valoroso e diplomatico saggio, era figlio di Gaetano, autore della Scienza della legislazione, padre della rivoluzione del 1799. In gioventù conobbe volontario esilio a Parigi. Combattè per Napoleone, fu ferito. Rientrò in patria nel 1806, capitano di Giuseppe Bonaparte nuovo re di Napoli. Uccise in duello il generale Franceschi che aveva offeso i napoletani definendoli bougres (triviale termine francese). Conservato nel grado dopo la restaurazione borbonica, non prese parte alla congiura carbonara del 1820, ma fu degradato per aver creduto nella resistenza agli Austriaci. Ferdinando II lo reintegrò e nel 1848 gli chiese di riconquistare la Sicilia in rivolta. Filangieri lo fece, alternando bombe e libertà. Nel 1855 si dimise e si ritirò in un casino di campagna. Sul letto di morte Ferdinando II lo raccomandò all’erede Francesco: “Di Filangieri ti puoi fidare, è liberale ma fedele alla dinastia”. Francesco lo chiamò a dirigere il governo nel 1859, in un momento terribile per i Borbone. Contando sull’appoggio della regina Maria Sofia, Filangieri si mise al lavoro tra mille difficoltà. Tentò di riorganizzare l’esercito e di rompere l’accerchiamento diplomatico.
Il debole re non gli fu di aiuto. E la stessa Maria Sofia non accettò né l’idea di un accordo con i Savoia né la prospettiva di un’ostilità verso l’Austria, di cui la sorella Sissi era imperatrice. Filangieri si dimise nel marzo 1860. Garibaldi sbarcò in Sicilia, la tenaglia si chiudeva. “Manda a chiamare Filangieri, la nostra ultima speranza” disse Maria Sofia al marito. Filangieri, pur riluttante, ci provò ma invano.
Per beffa della storia, la nuova Costituzione fu firmata nella Reggia di Portici, dove egli aveva tentato di difendere la dinastia borbonica.






