Luca Bianchi, vice direttore Svimez: La crisi è forte, sono urgenti riforme strutturali
di Giuseppe Picciano - 4 Giugno 2010

Giorni fa il dirigente del Pd Enrico Letta aveva definito la Campania ”zavorra d’Italia” scatenando un vespaio di polemiche soprattutto di matrice politica. Luca Bianchi, vicedirettore dello Svimez, aveva ripreso la questione “oggettivandola” con argomenti propriamente tecnici. Il pretesto era nato dalla presentazione del suo ultimo libro, emblematicamente intitolato, “Ma il cielo è sempre più su?”. A lui abbiamo chiesto le ragioni per le quali la Campania è diventata fanalino di coda e le possibili strategie di ripresa.

Dottor Luca Bianchi, la Campania appare in queste settimane come la cenerentola d’Italia, quella che costringe l’Italia dietro la Spagna e la Francia in tema di produttività. Persino per il compassato Enrico Letta senza la Campania avremmo un Pil migliore di quello francese. Quali sono i principali indicatori su cui si concentra questa analisi?
Quella di Letta non è una valutazione politica, né economica: è un esercizio puramente statistico. L’elemento che prende in considerazione è il Pil pro capite regionale. I dati, freddi ma incontrovertibili, dicono che la Campania è in regressione da cinque anni a questa parte.

Oggi è considerata la regione più povera d’Italia e le sue performance negative pesano sulla consistenza complessiva del Paese.

Sottratti i dati regionali da quelli nazionali il dato medio del Pil raggiungerebbe quello dei cugini d’Oltralpe. Tuttavia, è una lettura che porta con sé alcuni paradossi. La Campania è la regione più giovane della Penisola, con la più alta presenza di innovazione e con il più elevato tasso industriale del Mezzogiorno eppure dichiara fallimento…”.

Com’è possibile che sia arrivata a tal punto?
La situazione campana è la trasposizione su scala locale del fallimento delle politiche di sviluppo del Paese. E’ un problema di strategie e di qualità della spesa. C’è poi un’aggravante: la crisi della regione coincide con la crisi di Napoli e della sua enorme, complicata, area urbana. In altre zone d’Europa le aree metropolitane sono il motore della ripresa. Qui non si è mai attivato questo processo virtuoso. Nell’ultimo periodo, inoltre, l’economia è stata colpita dalla crisi dei rifiuti, devastante sul piano dell’immagine, che ha determinato contraccolpi fortissimi sulle esportazioni del comparto alimentare.

Mentre la Campania è sulla lista nera, Puglia e Basilicata si presentano come le ”sorelle” virtuose. Dove hanno fatto meglio?
Queste due regioni hanno certamente fatto registrare prestazioni migliori, ma comunque ben al di sotto del tasso medio di crescita delle altre aree deboli dell’Ue come l’Irlanda, il Portogallo o l’Andalucia, in Spagna. La Basilicata si è distinta per un’oculata spesa dei fondi strutturali, avviando, contestualmente, un efficace ammodernamento della Pubblica amministrazione. La Puglia ha seguito le linee strategiche di sviluppo del turismo, supportati da intelligenti iniziative promozionali. Ha finalmente messo in pratica, soprattutto nel Salento, i tanto decantati Sistemi turistici locali. E i risultati sono stati tangibili. La Regione si è poi mossa molto bene sullo sfruttamento delle energie rinnovabili al punto che oggi rappresenta la maggiore produttrice del Mezzogiorno.

Perché solo adesso si sottolinea questo aspetto negativo della Campania? Soprattutto, se la Campania è così come descritta, non ravvisa una vistosa negligenza anche da parte dei governi nazionali che si sono succeduti in questi anni?
Perché se ne parla solo adesso? Mah, magari per le solite ragioni demagogiche, strumentali a qualche scadenza elettorale. Il vero problema è che il dibattito economico segue quello politico e non viceversa. E’ un processo perverso, purtroppo. Non vorrei che si riparlasse della Campania solo in prossimità delle prossime elezioni. In quanto alle responsabilità, vanno equamente attribuite ai governi che si sono succeduti, colpevoli di aver sacrificato sull’altare della questione settentrionale risorse per il Sud, e alla classe dirigente meridionale. C’è stato un tacito accordo tra le parti affinché, con l’afflusso di risorse certamente in diminuzione ma pur sempre consistenti, si potesse rafforzare il generalizzato sistema clientelare. Così, si è provveduto a rispondere, in maniera molto frammentaria, alla domanda per far fronte a interessi anche legittimi, ma all’esterno di un complessivo progetto di sviluppo. Hanno pesato, come sempre, i localismi, le rivalità, gli egoismi che hanno allargato la domanda e svilito gli investimenti. Se posso usare una frase ad effetto, direi che Roma e Napoli hanno stipulato un accordo a perdere.

Volendo parafrasare il titolo del suo ultimo libro, il “cielo è sempre più su”: come si fa a riprendere quota?
Rischio di ripetere concetti ormai noti, ma da qui non si scappa. Il Sud e la Campania hanno potenzialità eccezionali e in più il capitale umano, prerogativa carente in altre aree del Paese. Si riparte innanzitutto puntando sul turismo, sulle opportunità che offre in prospettiva il bacino del Mediterraneo e sulla green economy. Questi gli obiettivi, ma in mezzo deve esserci la riforma dello Stato: pubblica amministrazione al passo con i tempi, meno burocrazia e più efficienza, uno stato sociale più equo, una riforma dell’istruzione. Ma nulla cambierà se non si darà seguito alla madre di tutte le riforme: ovvero la politica che riforma se stessa.

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