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Abbiamo raccolto il contributo del Vicepresedente vicario del Parlamento Europeo On. Gianni Pittella a cui abbiamo chiesto la sua analisi sugli scenari per il Mezzogiorno dopo le ultime elezioni, e le prospettive per un nuovo sviluppo economico del Sud del Paese.
Il Mezzogiorno si accinge a vivere un nuovo tornante decisivo. Nell’arco di qualche anno, dopo aver votato per il rinnovo delle assemblee e dei governi regionali, si attua o si dovrebbe attuare la nuova legislazione federalista, si spendono o si dovrebbero spendere i fondi europei del 2007-2013, si prepara il nuovo quadro comunitario 2013-2020. E si consumano scelte importanti che attengono ai programmi di grandi centri di spesa (anas, ferrovie, telecomunicazioni, etc) che, con un Mezzogiorno debole e screditato, continueranno a interessare prevalentemente il centro nord.
La Lega ha dimostrato di avere la golden share nel governo e l’ha esercitata largamente fin dal suo insediamento, favorendo il più grande travaso di spesa pubblica dal sud al nord del paese che la storia ricordi. Così sono andati in spese “ben più utili per la collettività” 35 miliardi di finanza aggiuntiva per lo sviluppo del Mezzogiorno, dei rimanenti altri 27 sono ancora in attesa di essere messi a disposizione delle regioni del sud e i cantieri delle poche infrastrutture finanziate sono paralizzati dalla mancanza di fondi e dal vero ‘general contractor’ dei lavori: la criminalità organizzata.
Dopo le elezioni regionali Bossi alza la posta, punta a un falso federalismo che trasformi in una mancia la prevista solidarietà tra Regioni e tira dritto verso l’obiettivo finale: il governo leghista di una futura macroregione settentrionale, politicamente autonoma e svincolata dal bilancio statale, con tanto di inno e bandiera.
La mia intenzione come europarlamentare eletto nella Circoscrizione Sud è di lanciare subito con i nuovi governatori eletti una grande campagna di verità e di sensibilizzazione attraverso un fitto calendario di incontri pubblici, perchè la popolazione meridionale riprenda consapevolezza della propria condizione ma anche della propria forza e delle proprie risorse.
Diremo, dati alla mano, con un libro-dossier scritto insieme a un gruppo di ricercatori meridionali, della spirale in cui è stata cacciata la sanità nel meridione: più tasse, servizi inferiori, maggiore perdita di occupati, riduzione della base imponibile e del gettito tributario, servizi ancora inferiori. Un fenomeno che riguarda la gestione dei rifiuti, dell’acqua, del trasporto locale, degli asili, dell’assistenza sociale, con un divario tra nord e sud della spesa comunale procapite simile agli anni ‘50.
Diremo come venga composto in modo involontariamente truffaldino il paniere Istat su cui si confrontano i prezzi tra aree del settentrione e del meridione e come la spesa della Pubblica Amministrazione, anche escludendo gli enti previdenziali, risulti più bassa che nel resto di Italia, con la quota del Mezzogiorno sulla spesa in conto capitale del paese scesa ulteriormente negli ultimi anni.
Diremo come il virtuoso rientro del debito realizzato in Italia tra il 1992 e il 2001 si è accompagnato ad una pesante redistribuzione di risorse dal Sud al Nord e a quanto ammonta il valore della forza lavoro e dei cervelli formati nel Mezzogiorno e “esportati’’ nelle regioni centrosettentrionali, con un costo sociale che va ben al di là della pura evidenza contabile.
E’ ora di dire basta.
Molto si può fare per lo sviluppo economico e sociale del Sud d’Italia, se solo si guardasse verso il nuovo contesto mondiale. I grandi traffici che portano lavorati e semilavorati dai grandi centri produttivi dell’area di ‘’Cindia’’, come gli economisti chiamano convenzionalmente l’area dominata dalle nuove potenze industriali cinesi e indiane, all’Europa sono una grande risorsa per molti porti del nord, ma non per quelli italiani.
Intorno ai punti in arrivo delle merci in nord Europa nascono industrie di trasformazione e di trasporti, di logistica, di distribuzione.
La cultura e il turismo, la natura e l’ambiente sono le tradizionali risorse del Sud, il loro sfruttamento attende solo di essere professionalizzato e pianificato con interventi infrastrutturali e di realizzazione di reti reali e virtuali per fare un sufficiente salto di qualità.
L’area del bacino Mediterraneo, l’altro grande orizzonte da esplorare per l’economia meridionale, è stata guardata dall’Italia non come un’occasione di crescita e di sviluppo reciproco dove concentrare investimenti in capitale umano, finanziario e produttivo ma ormai quasi esclusivamente come un problema securitario sull’onda dell’emozione degli attacchi terroristici e delle ondate migratorie.
Un’esperienza che avevamo già drammaticamente vissuto nei confronti dei Balcani e che si è aggravata con l’emergere di altri fenomeni socio-economici globali come la crescita dei flussi degli imponenti traffici illegali di merci dall’estremo oriente che stanno intossicando da tempo l’economia dei paesi dell’Unione.
La crisi economica mondiale ha allargato il solco tra i paesi europei e i paesi meno preparati a sostenerne l’impatto e la promessa dell’Ue di far partecipare gli Stati della sponda sud al sistema della libera circolazione europea di beni, persone e capitale si è allontanata. Nel frattempo i problemi che attenderebbero per essere affrontati e risolti politiche comuni tra i paesi che si affacciano sulle sue sponde si sono accumulati, dall’immigrazione, all’agricoltura, all’ambiente, alla questione energetica. La prospettiva di creare una zona di libero scambio per il 2010 sembra ormai irraggiungibile.
Come si vede c’è molto da fare solo se si volesse, è venuto il momento per i cittadini residenti al Sud di lavorare insieme per una vera svolta.
Vicepresidente vicario del Parlamento Europeo






