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E’ doveroso aprire la pagina esprimendo la solidarietà ai procuratori Raffaello Magi e Raffaele Marino che nelle scorse settimane hanno ricevuto minacce dalla camorra. Tess Costa del Vesuvio opera da anni con le istituzioni e le parti sociali per consolidare un disegno di sviluppo in cui non ci sia posto per i piani della criminalità organizzata. Le minacce arrivano quando la camorra si sente accerchiata: è un brutto segno, perché alza il tiro contro lo Stato, ma è al tempo stesso un segnale di incoraggiamento perché vuol dire che può davvero essere messa alle corde dall’azione serrata e coordinata di magistratura, forze dell’ordine, enti pubblici e associazioni antiracket. Solo così i magistrati possono sentirsi meno soli o le forze dell’ordine liberare, come è recentemente successo ad Ercolano, i commercianti dall’oppressione del racket. E’ un lavoro duro in cui ognuno deve impegnarsi fino in fondo: continueremo a mantenere uno spazio aperto alle voci e alle azioni che si alzano contro la camorra, perché solo combattendola si può promuovere lo sviluppo.
L’intervista
Claudio Fava ha visto il volto feroce della mafia. Ventisei anni fa i sicari del clan Santapaola ammazzarono a Catania suo padre, Giuseppe, direttore del quotidiano “I siciliani”, coraggioso strumento di denuncia. Qualcuno, anche tra gli inquirenti, osò ipotizzare un delitto a sfondo passionale. Poi, lentamente, la verità è venuta a galla. Oggi Fava onora quella pesantissima eredità morale attraverso le sue intense attività di politico, scrittore e giornalista.
Nel 1991 con Leoluca Orlando fondò la Rete dando vita alla cosiddetta primavera palermitana. “Ma l’atmosfera che si respira oggi in Sicilia - osserva Fava - non è certo l’atmosfera di quei giorni, per molti versi irripetibile. I mesi che precedettero e che seguirono alle stragi di mafia del ‘92 furono il momento più dolente ma anche più alto della Sicilia che ritrovò, e smarrì quasi subito, la capacità per un colpo di reni: le lenzuola bianche ai balconi di Palermo, la “primavera” politica che portò alla guida di molte amministrazioni sindaci e progetti di governo che avevano nella lotta alla mafia e nella questione morale la loro bussola, forme di coinvolgimento e di partecipazione della società civile che mai si erano sperimentate… Gli anni che vennero non seppero valorizzare questo patrimonio, e oggi la Sicilia vive uno dei suoi momenti più cupi, ostaggio d’una politica che s’è fatta definitivamente potere, orfani d’una opposizione che non riesce più a rimettere al centro del confronto le grandi questioni civili irrisolte. E’ il punto più basso da molti anni a questa parte, ma è anche un punto da quale oggi è possibile solo ripartire…
E’ di queste settimane il salvataggio de “I Siciliani”, il quotidiano fondato da suo padre come strumento di contrasto a Cosa Nostra. Ci sono le condizioni per rilanciarlo?
I Siciliani è un’esperienza fondamentale nel panorama del giornalismo indipendente italiano, e al tempo stesso irripetibile. Era molto legata al gruppo di giovani giornalisti che, con Giuseppe Fava, diedero vita a quell’avventura, condizioni irripetibili anche dal punto di vista umano: quei giornalisti oggi scrivono e lavorano ovunque in Italia, conservando lo stesso antico spirito di servizio per questo mestiere. Ma nessuno di loro è rimasto in Sicilia.
Nel suo ultimo libro “I disarmati”, lei racconta le storie di chi, per calcolo o per viltà, ha deciso di voltare le spalle alla lotta per la legalità. Il quadro è preoccupante?
Lo è. Nel libro parlo di coloro che hanno preferito lasciarsi disarmare, che hanno messo consapevolmente da parte le armi della scrittura, della denuncia politica, dell’indignazione civile. Parlo di chi s’è arreso senza combattere, per convenienza e per ignavia: giornalismo, sinistra, intellettuali… Accanto a loro è cresciuta una risposta spesso poco organizzata ma comunque alta e forte, penso ai ragazzi delle cooperative di Corleone, penso a una generazione di donne e di uomini che s’è formata soprattutto sulle lotte civili degli anni novanta… Pochi, ancora. Minoranze: ma esistono, e sono il punto di riferimento per una terra che ha deciso di non lasciarsi del tutto disarmare.
La sua iniziativa editoriale si aggiunge a quella di Elio Veltri, a quella del giudice Nicola Gratteri e a molte altre. Restano dunque solo i libri per smuovere la coscienza sociale?
I libri, questi libri, sono anche racconti civili, narrazioni necessarie per ricostruire, per comprendere. Sono strumenti del fare, non solo luoghi della memoria.
I fatti criminali che si incrociano con le vicende politiche dimostrano che ormai i clan non hanno più un partito di riferimento, ma s’infiltrano a seconda dell’opportunità. Quali anticorpi dovrebbero sviluppare le forze politiche?
Restituire autonomia alla politica, sottrarla al veto e all’egemonia degli interessi privati, delle criminalità organizzate, dei ceti politici.
In questo senso la scelta di un progetto e di candidato di forti discontinuità per i futuri appuntamenti elettorali saranno un segno forte per restituire funzioni e autonomia alla politica.
Per citare il memorabile film del quale lei ha scritto la sceneggiatura, “cento passi” separano il bene dal male. Che siano pochi o tanti, il problema è la zona grigia che sta in mezzo…
Giusto. E chi si aggira per quelle terre di mezzo pensando di mantenersi neutrale, in realtà ha già scelto di stare con il nemico.






