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La FAI è la federazione nazionale delle associazioni antiracket e antiusura che da anni opera al fianco di chi, imprenditore, commerciante o semplice cittadino, trova il coraggio di denunciare il racket delle estorsioni e dell’usura da parte della criminalità organizzata. In questo numero abbiamo raccolto il contributo di Tano Grasso, presidente onorario della FAI, attraverso un’intervista esclusiva gentilmente concessa. L’impegno delle associazioni antiracket ha segnato un ulteriore e significativo passo in avanti con la creazione di una scuola nazionale di formazione alla legalità contro la criminalità ad Ercolano, la città che si è particolarmente distinta per i successi conseguiti nel contrasto alla criminalità.
Dottor Tano Grasso, uno degli auspici della Fai è quello di passare dall’Antimafia dei convegni a quella delle denunce. Qual è, attualmente, la situazione a Napoli e provincia tra l’azione spesso opprimente della criminalità e lo spirito di reazione dei cittadini?
L’auspicio al quale lei accenna si riferisce a una considerazione generalizzata sull’opera di contrasto ai fenomeni mafiosi. Intendo dire che l’attività di un’associazione non si costruisce soltanto con la sensibilizzazione, ma con una vera, incessante, iniziativa di denuncia. E’ questo che rende la Federazione delle associazioni antiracket italiane diversa da altre organizzazioni. La Fai nasce per incoraggiare e assistere gli imprenditori nel delicato momento della denuncia all’autorità giudiziaria. In quanto alla tipologia delle attività criminali, a Napoli la presenza dei clan è radicata in alcuni quartieri, a macchia di leopardo in altri. Le città lungo la costa vesuviana, purtroppo, rappresentano una zona rossa. E il Vesuvio stavolta non c’entra. Bisogna sottolineare, nel contempo, gli eccellenti risultati raggiunti nell’area dalle forze dell’ordine alla fine di un’efficace azione di contrasto, che prosegue costantemente.
A suo avviso, come si gestisce il rapporto di collaborazione tra le vittime dei clan e le istituzioni dopo una denuncia di estorsione o di usura affinché si traggano i migliori risultati possibili dalla causa giudiziaria?
Con il dialogo, l’assistenza e il sostegno morale. La Fai svolge la sua istruttoria del caso prima ancora che avvenga la notizia di reato.
L’imprenditore si rivolge spontaneamente a noi, perché ci conosce, oppure è accompagnato da un nostro socio dopo aver ricevuto minacce. Durante i colloqui lo convinciamo a sporgere denuncia rassicurandolo sul nostro sostegno. L’imprenditore che si espone non sarà mai solo anche perché sappiamo bene che la solitudine è un elemento di inquietudine e fomenta la paura. Col tempo coinvolgiamo anche i familiari per farli partecipi di una decisione coraggiosa ma che necessita di un clima di solidarietà. A questo punto l’imprenditore diventa uno dei nostri soci per sempre e va a inserirsi in un reticolato associativo infinito.
Col tempo egli stesso si preoccuperà di assistere altri colleghi in difficoltà.
La scuola della legalità di Ercolano rappresenta uno degli atti tangibili dell’opera di sensibilizzazione della Fai. Cosa vi aspettate da questa iniziativa?
Ci aspettiamo due risultati: un’adeguata formazione dei dirigenti delle associazioni nell’approccio ai problemi che si manifestano quotidianamente e nel rapporto con le forze dell’ordine, e l’approfondimento delle tematiche riguardanti le fenomenologie mafiose nell’area. Vorremmo che il centro studi diventasse un riferimento anche di tipo scientifico.
Non dimentico anche la fondamentale collaborazione del sindaco Nino Daniele.
Si è molto polemizzato sui tempi di gestione e di destinazione d’uso dei beni confiscati ai clan. L’inaugurazione dell’Agenzia nazionale per i beni confiscati avvenuta qualche giorno fa a Reggio Calabria sembra aver messo finalmente tutti d’accordo. Lei che ne pensa?
La proposta di un’agenzia unica fu avanzata dall’associazione Libera di don Ciotti. Il decreto legge del governo recepisce in piano questa proposta. Per il resto, condividiamo l’impianto e la filosofia del provvedimento legislativo.
Spesso lei ha denunciato l’ipocrisia di alcune organizzazioni di categoria che amano la passerella ma poi non accompagnano un solo cittadino a denunciare il racket. Da presidente onorario della Fai, come giudica l’organizzazione e l’efficacia di questo particolare arcipelago delle associazioni?
In questo caso il mio appunto è specificamente rivolto alle organizzazioni di categoria le quali pur avendo una forza intrinseca, tipica dell’associazionismo, mostrano spesso punti di debolezza. Non è pensabile che dei gruppi professionali, che possono contare anche su una consistenza patrimoniale, non riescano a impegnarsi in concrete azioni di contrasto al racket o alle estorsioni. La Fai agisce in un regime di assoluto volontariato eppure riesce a ottenere risultati; in altri contesti ci aspetteremmo ben altri riscontri, che però non arrivano. Tuttavia voglio sottolineare l’atteggiamento di Confindustria campana nei riguardi dei soci. Il presidente Giorgio Fiore ha chiesto rigore e trasparenza: fuori dall’associazione chi paga il pizzo. E’ un’iniziativa che lascia ben sperare.






