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La costa vesuviana rappresenta per tutti i nostri interlocutori innanzitutto un luogo dell’anima legato alle esperienze di vita, alle memorie e al disincanto soprattutto per chi, per ragioni anagrafiche, ne ha attraversato le parabole sovrapposte di crescita e declino industriale e di declino ambientale e tentativo di recupero.
In questo numero abbiamo raccolto il contributo di tre “vesuviani” che operano in diversi settori della società civile in ambito locale e nazionale: l’avvocato Gennaro Torrese, Presidente dell’Ordine degli Avvocati presso il Tribunale di Torre Annunziata, Mimmo Liguoro, giornalista RAI ed esperto di musica e tradizioni napoletane, Maria Orsini Natale, scrittrice di fama nazionale e internazionale. Come avvenuto per le precedenti indagini, abbiamo loro sottoposto alcuni argomenti di discussione: se abbia senso e quanto sia importante parlare di costa vesuviana, se la costa vesuviana rappresenti valore aggiunto rispetto alle singole realtà cittadine e quanto si è fatto finora per favorire lo sviluppo del territorio.
Rispetto al primo punto Gennaro Torrese mette subito in luce gli aspetti più “pratici” della questione territoriale sottolineando come la presenza di una importante istituzione quale il Tribunale a Torre Annunziata renda il territorio indipendente da Napoli con tutti i vantaggi in termini di riduzione dei tempi di spostamento e di flussi di traffico da e verso il capoluogo per avvocati e magistrati. “La caratterizzazione della costa vesuviana - continua Torrese - è insita nella vocazione paesaggistica e turistica della costa e nelle produzioni tipiche che andrebbero valorizzate e sostenute perché rispondenti alle vocazioni dei territori contro ogni implementazione di attività di tipo industriale”. Vista da lontano la costa vesuviana di Mimmo Liguoro sembra “appartenere più allo spazio delle idee e delle aspirazioni piuttosto che a una precisa realtà geo-politica…
Esiste un territorio vesuviano che, pur nelle sue attrattive e produzioni vive in un equilibrio di mosaico scomposto, dove ogni tassello è sciolto dagli altri. Più avanti, nonostante le località note nel mondo come Amalfi, Ravello o Positano, la costiera amalfitana ha raggiunto una diversa coerenza unitaria”. Secondo Maria Orsini Natale la costa vesuviana è stata sacrificata con il miraggio della grande industria e chi si opponeva era zittito ed emarginato. “Se si può parlare ancora di identità vesuviana - prosegue la scrittrice - è perché c’è un vulcano che ci accomuna. Chi vive ai suoi piedi è come se fosse su un’isola dove tutti si è uguali ma nessuno si rende conto della propria singolarità: possiamo identificarci con un luogo senza mai essere provinciali perché viviamo in un museo all’aperto e abbiamo dinanzi agli occhi la pagnotta del fornaio di 2000 anni fa.
Eppure siamo disattenti, non pensiamo al monito dei nostri scavi, cioè che quello che abbiamo è estremamente precario e deperibile e che, quindi, il bello che c’è va tutelato a tutti i costi”.
Circa il valore aggiunto dell’identità vesuviana, tutti concordano sulla necessità di superare gli steccati comunali che ancora restano forti.
Liguoro propone un marchio che aiuti a sviluppare le potenzialità importanti dell’area e a superare le questioni irrisolte: la scarsa comunicabilità tra le parti del territorio, la concezione del “piede di casa” che isola le parti dalla visione unitaria e l’assenza di un rapporto positivo di sviluppo con Napoli. La posizione di Torrese ricalca quella già raccolta presso gli imprenditori: è utile, anzi doveroso esaltare la specificità della costa vesuviana sfruttando l’immenso patrimonio disponibile al fine di una crescita civile ed economica. La signora Orsini Natale ritiene che la mancanza di una idea comune di sviluppo nel passato ha prodotto danni nefasti e cita come esempio quello dei pastifici: “c’erano oltre 130 pastifici nell’area perché qui vi erano le condizioni ideali per la produzione di una eccellente qualità di pasta, ma ognuno ha pensato per sé ritenendosi superiore agli altri e scartando ogni ipotesi di consorzio: dopo la guerra le imprese del Nord hanno imposto una produzione industriale per il consumo di massa e nel giro di pochi anni tutti i pastifici dell’area sono stati spazzati via”.
Infine, la questione del governo dei processi di sviluppo. “Se siamo ancora di fronte al problema del ‘come’ rendere produttiva e riconosciuta la costa vesuviana - ragiona Mimmo Liguoro - vuol dire che i meccanismi politico-amministrativi, nel loro complesso, non hanno funzionato alla perfezione. Non è semplice mettere in moto un meccanismo di integrazione in un realtà politica che offre troppo spesso spinte disgregative e conflittuali”. Dello stesso parere è Gennaro Torrese : “Si ha ancora la sensazione di molte buone volontà che agiscono in maniera non sufficientemente sinergica. Forse un’autorità sovraordinata alle rispettive competenze territoriali potrebbe certamente creare quel meccanismo di sinergie per la massima valorizzazione delle risorse del territorio”. Infine, Maria Orsini Natale parte dalla teca dei ricordi: “Da bambina abitavo su una spiaggetta e uno specchio d’acqua dove nuotavano i cavallucci marini. Era un paradiso che a un tratto è stato deturpato dall’acciaieria. I politici di allora pensarono che si poteva sacrificare il litorale per l’industria e hanno rovinato definitivamente tutta la costa. Dopo anni di incuria totale penso che adesso si sta ripartendo con una visione di sviluppo ma c’è ancora tanto da fare rispetto a quanto si è distrutto negli anni passati. Io, da scrittrice mi aggiro tra le macerie a raccogliere le pietruzze luccicanti che metto nei miei libri e preservarle per tempi migliori. Se ognuno facesse così nel proprio ambito di competenza forse a questa terra si può dare una speranza”.






