di Pietro Gargano - 4 Marzo 2010

Tutti vedono il vulcano viola, gli scavi archeologici dove il tempo si è pietrificato, le regge, le ville del Settecento, le chiese, il mare vittorioso sulla stupidità degli uomini, i fiori, le terme salutari e altre meraviglie sopravvissute. Ma lungo la costa c’è un’altra formidabile risorsa, di quelle che i sapienti definiscono “immateriali” perché non si vedono ma pesano: ed è la cultura. La presenza minacciosa del Vesuvio ha generato fin dall’antichità protagonisti di talento, viaggiatori e indigeni, quasi in una sfida alla natura partita dalla consapevolezza della precarietà della condizione umana. Ciò ha stratificato una serie lunga di tradizioni, di saperi, perfino di sapori, che restano lì, trasmessi da generazione in generazione. Per ritrovarli basta grattare un po’ di polvere. Diffidate di chi ripete che “la cultura non paga”: paga e come, a patto di farla vivere, rivivere, in un contesto armonioso, di proposta e - perché no? - di utile investimento.

Questa consapevolezza ci ha spinto, da questo numero, a dedicare una serie di veloci ritratti a esponenti di punta della nostra cultura. La formula è semplice: raccontare la storia di persone di talento e tentare di dimostrare che il loro seme non è andato perduto, giacché nelle loro stesse discipline si sono sviluppate e resistono energie da assecondare. E, se possibile, far nascere dalla ricognizione un’idea per domani, di quelle che possono produrre ricchezza.

Partiamo dal teatro, dalla figura ben poco nota di Nicolò Amenta che giunse in questo territorio a fine Seicento per curarsi dalla dissenteria e finì per riformare il modo di scrivere per il palcoscenico. Trovò l’ambiente adatto poiché, ancor prima dell’epoca borbonica, palazzi e ville di patrizi e ricchi borghesi aprivano i cortili e i salotti alle recite. Con re Carlo e i suoi successori il fenomeno assunse valenza ancor maggiore. Sorsero teatri belli e presto carichi di memoria.

Allora non è un caso che siano nati a Castellammare Raffaele Viviani e il più vicino a noi Annibale Ruccello, che a Torre del Greco abbia cominciato a operare il regista Vitiello, che i cartelloni siano tuttora colmi di attori spuntati a queste latitudini.

Però i teatri sono scomparsi, quasi tutti, e non c’è stato certo favore istituzionale per le iniziative di formazione sbocciate in questo campo. Val la pena d’invertire la tendenza, d’incoraggiare laboratori e scuole, magari di pensare a un grande teatro baricecentrico che possa servire comuni vicini. Il progetto potrebbe sollecitare risorse private in sinergia con le pubbliche.

In fondo non è solamente cultura. Recenti statistiche informano che gli spettatori dei teatri hanno superato quelli degli stadi, il bacino di utenza è propizio. Le esigenze di svago degli over 65 sono sempre più un problema sociale. E l’economia del turismo trarrebbe linfa da un calendario di eventi inserito nei pacchetti dalle agenzie internazionali. Così è, se vi pare.

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