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La Costa del Vesuvio è culla del teatro napoletano fin dal Seicento. Il fondatore fu forse Nicolò Amenta detto Ciclope poiché aveva un occhio solo, giurista di poca fortuna e commediografo di fama europea. Nato nel 1659, arrivò all’ombra del vulcano al tempo della prima ondata di ospiti dell’alta borghesia. Si era convinto che l’aria cristallina, la luce tagliente, il mare chiaro e le acque minerali di quei luoghi fossero la terapia ideale per la sua dissenteria; lo raccontava a tutti, anche in lettere involontariamente comiche. Fu autore di La Gostanza, tradotta in francese e applaudita all’estero. E di Forca, Fante, Le somiglianze, La Carlotta, Le gemelle. Capì, tra i primi, che una casa importante doveva essere pure un contenitore di svaghi intelligenti, di musica, di teatro.
Fu lui, con la propria compagnia, a introdurre la moda di rappresentare opere nuove nei salotti dorati e nei cortili delle ville. Nel casino a forma quadra di Vincenzo Capuano (in piazza San Ciro a Portici), nacque ad esempio la melocommedia, ava dell’Opera buffa, col contributo del tenore in falsetto e compositore Francesco Marzio.
Morto Amenta nel 1717, con l’arrivò dei Borbone la linea da lui tracciata si allungò. Il Miglio d’Oro fu ostello di autori e attori di talento, fino all’altro sito reale di Castellammare di Stabia. E proprio la terra di Quisisana diede i natali a un geniale commediografo e attore, Raffaele Viviani, l’uomo dalla visione europea che forse anticipò Bertolt Brecht.
Nato nel 1888, era figlio dell’omonimo Raffaele, cappellaio e addobbatore di feste prima di diventare impresario della stabiese Arena Margherita e dello scalcinato Tea-tro Masaniello a Porta Capuana, Napoli.
Papiluccio esordì a cinque anni; rimasto orfano, a dodici divenne capofamiglia. Visse di teatro, che altro? Fece compagnia con la sorella Luisella, esordi come autore e regista con ‘O vico, 1917, opera prima di una serie meravigliosa.
Il teatro di Viviani fu totale, una mescolanza di parola, musica, mimica, ballo, tutto a sua firma. A differenza del borghese Eduardo De Filippo portò sulla scena i senzaniente, con realismo, in un intreccio di commedia e tragedia, ricchezza di talento e miseria materiale.
Fu popolare nel senso di democratico, accessibile a tutti; e perciò si attirò l’ostilità dei benpensanti. Stanno lì a provarlo Tuledo’e notte, Festa di Piedigrotta, ‘E piscature, Guappo ‘e cartone, La tavola dei poveri, Zingari, per contenere l’elenco. Sulla parte alta della sua libreria fece incidere la scritta “Ce ne costa fatiche”.
Morì nel 1950, lo dimenticarono, non da molto è stato rivalutato. Sei Anni dopo la sua scomparsa a Castellammare vide la luce un moderno continuatore: Annibale Ruccello, laureato in filosofia, come Viviani attratto dalla cultura del popolo.
Ruccello esordì da attore sotto il Vesuvio, a Torre del Greco, nel Teatro del Garage di Gennaro Vitiello (1929-1985), regista e attore di qualità. Diplomato in scenografia, docente, illustratore di libri per l’infanzia, Vitiello aveva fondato a Napoli il mitico Teatro Esse, palestra di talenti, e in seguito Libera Scena Ensemble. Un grande.
Poi Ruccello formò la coop Il Carro con Lello Guida. Nel 1980 l’opera prima d’autore, Le cinque rose di Jennifer. Seguirono Weekend, Notturno di donna con ospiti, Ferdinando (1985) che è forse il capolavoro, Anna Cappelli, Mamma. Scriveva con le visceri, narrava la marginalità e la solitudine, cercandole tra le gente comune della sua terra. Avrebbe dato prove ancora più mature se la sua vita non fosse finita nel 1986, a trant’anni, in un incidente d’auto sull’autostrada Napoli - Roma.






