Superare le disfunzioni del passato per valorizzare l’azione congiunta degli attori locali
di Ugo Marani - 25 Gennaio 2010

Il successo della programmazione regionale dipende, crucialmente, dalle azioni e dalle interazioni strategiche tra tre soggetti: l’Unione Europea che stabilisce l’ammontare dei fondi “centrali” da destinare e le regole generali del gioco; le istituzioni regionali che tali fondi modellano dal punto di vista normativo e organizzativo; i soggetti locali, enti e imprese che, alla luce dell’offerta esistente, organizzano domande per un utilizzo dei fondi ritenuto efficace.

Le modalità della programmazione regionale degli anni passati avevano dato luogo all’insorgere di talune perplessità e di diffusi elementi di critica non del tutto infondati. Come gli estensori medesimi hanno ammesso nella riproposizione della nuova filosofia d’intervento della Regione Campania per il 2007-2013 la declinazione concreta dell’uso dei fondi nel settennato precedente aveva sofferto di alcuni limiti palesi: in primo luogo l’aver privilegiato le iniziative “dal basso” ha determinato una parcellizzazione dei fondi che si è riversata in una miriade di micro-iniziative scarsamente foriere di sviluppo; in secondo luogo l’accavallarsi di strumenti di erogazione ha dato luogo alle contraddizioni di sovra-finanziamenti in alcune aree e di sotto-finanziamenti in altre.

Gli Accordi di Reciprocità ai quali la Regione si affida in questa tornata di programmazione cercano di ovviare agli inconvenienti cui abbiamo fatto cenno: si afferma, infatti, che per “qualificare e rafforzare le politiche sviluppo locale bisogna valorizzare, riconducendola ad unitarietà, l’azione svolta da tutti gli strumenti territoriali e negoziali… attraverso politiche premiali e… accordi di reciprocità tra strumenti che già operano sullo stesso territorio per utilizzare al meglio le risorse che provengono da fonti diverse di finanziamento”.

Il target degli Accordi è, dunque, quello di coinvolgere le diverse amministrazioni comunali nella definizione e nella condivisione di scelte su alcuni progetti territoriali rilevanti di area vasta e che si contraddistinguano per la loro significatività e per la positività delle ricadute economiche e sociali.

La filosofia complessiva è, in definitiva, quella della concessione di finanziamenti ad iniziative concertate da gruppi di comuni che presentino caratteristiche di credibilità e che non siano mere proposizioni di acquisizioni campanilistiche.

L’accordo di Reciprocità che vede TESS Costa del Vesuvio come soggetto coordinatore e gestore merita di essere analizzato poiché è costruito, al suo interno, secondo modalità che, a nostro avviso, superano molti dei limiti che abbiamo segnalato come propri della vecchia esperienza di programmazione. Per superare i danni della deindustrializzazione dell’area che si è manifestata nell’ultimo ventennio e dell’uso discutibile della linea di costa, il progetto portante dell’Accordo ha come obiettivo precipuo la “restituzione del mare” agli abitanti dell’area torrese-stabiese. Esso è pensato attraverso un complesso di azioni infrastrutturali che interessano i comuni della linea di costa da Portici sino a Castellammare di Stabia, cui si agganciano azioni dei comuni in “perpendicolo” alla linea di costa e investimenti privati originati dalle convenienze dell’opera principale.

Il progetto prevede, nel suo complesso e tenendo conto della percentuale di cofinanziamento, una spesa totale di circa 74 milioni di euro. Come si può intuire, si tratta di una somma ragguardevole in grado, per lo meno, di alleviare alcune delle difficoltà sociali sin qui patite dall’area. La prima di queste difficoltà è costituita, come s’immagina, dal livello di disoccupazione, specie quella giovanile, e dalla fuoriuscita dal mercato del lavoro di larghi strati di popolazione adulta, specie femminile, scoraggiati dal mancato reperimento di un posto di lavoro.

Sarebbe facile, e probabilmente illusorio, quantificare gli effetti occupazionali che deriverebbero dalla fruizione di questa somma: essi dipenderanno, inevitabilmente, dalla rigorosità della spesa degli enti locali, dalla tempestività della concessione, dalle reazioni delle imprese agli impulsi programmatori.

E’ certo, tuttavia, che un’inversione di tendenza rispetto agli errori del passato innescherebbe nuovi motivi di speranza e segnalerebbe una fondata volontà di contrasto delle cause di esclusione sociale.

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