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Cipriano ha realizzato questa mostra, la sua idea e le singole opere, appositamente per gli ambienti del Monastero, recentemente ristrutturato. Si viene coinvolti straordinariamente, nell’atrio del Monastero, in un pulsante planetario di luce e di ombre, una teoria di dischi, ellissi e verticali rettangoli in tela che, con uno straniante immobile movimento, si diffondono lunghe le volte e le pareti dello spazio. I teleri si innestano negli spazi architettonici, inserendo figure segni e forme rivelati dalle pieghe e dalle abrasioni delle superfici, intrecciando rapporti e traiettorie irregolari: l’obiettivo è quello di ricreare una vera e propria “Camera Picta” di risonanza rinascimentale. Di fondamentale importanza è il titolo della mostra, “Profezia del fondo”.
L’artista indica che il fondo non è semplicemente uno spazio da occupare con segni e immagini bensì è luogo generativo, delimitato ma aperto al possibile, dove la materia originaria della pittura si forma e prende vita. Queste opere sono frutto di un rapporto dialettico, di un operare in un alternarsi di gesti, tra decisioni e abbandoni, fondate in un interrogarsi reciproco tra artista e opera d’arte. Già nel momento in cui viene ritagliata come figura geometrica (circolare, rettangolare), la tela subisce una prima determinazione che prelude a successive configurazioni spaziali della pittura. Successivamente, l’imprimitura – stesa sul tessuto, grezzo e senza telaio, un misto di calce bianca, miele e colla – nel processo di prosciugamento deforma la tela creando irregolarità, deviazioni, tensioni: è l’opera che in quel momento si fa da sé, si piega in una trama di corrugamenti che decideranno il movimento successivo del colore. Il colore scorre così sul fondo, determinando percorsi non direttamente controllabili dall’artista, che insieme governa e lascia andare la pittura, in una sorta di scontro dialogante. Un biancore venato di increspature, di pieghe, di avvallamenti: ecco come e che cosa si è andato facendo il fondo.
Che ricorda solchi e ferite della terra: la terra dell’immaginazione e dell’ostacolo, della fantasia e della tecnica, dell’inventività e dell’irriducibilità – ha detto il filosofo Enzo Cocco, presentando la pittura di Cipriano.La pittura di Franco Cipriano è da lungo tempo una pittura singolare, d’inedita problematicità, un ascolto delle origini stesse dell’atto pittorico. Da questi fondi si manifestano tra luci e ombre, in un terreno pieno di contrasti e opposizioni necessarie all’epifania dell’immagine pittorica, la mano, la sfera, la linea, il volto, il corpo. Sono tutti segni “archaici”, archetipi dell’essere, che fanno risuonare le radici della memoria e dell’ignoto, come volto della pittura stessa.
Delle opere di Cipriano, Massimo Cacciari ha scritto che sono “cicli di grande intensità (…). È l’agòn corpo/anima – un’anima che “ama”il corpo; e amandolo, per amarlo, lo disfa continuamente. Un’anima che per apparire deve negare il corpo – ma per apparire, deve farsi corpo”. È la testimonianza di un dialogo che l’artista ha da tempo aperto con i filosofi, consapevole che le strade dell’arte incrociano, profondamente, quelle del pensiero e della conoscenza.
La mostra personale di Franco Cipriano ha presentato anche una singolarissima novità. Tra le opere pittoriche appaiono video di artisti dell’area vesuviana che mostrano come anche attraverso un linguaggio diverso sia possibile un dialogo. Tre giovani autori, Ciro Vitale, Pier Paolo Patti e Carlo Mosca, dialogano, commentando visivamente, la pittura di Cipriano È un incontro tra possibili corrispondenze tra differenze emergenti nell’ambito dell’operare artistico, che può indicare anche per altri ambiti, sociali e culturali, le vie dell’ascolto reciproco e della co-esistenza.






