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I profondi cambiamenti nei regimi alimentari che caratterizzano gli stili di vita della popolazione un po’ in tutto il mondo hanno comportato un costante incremento dei consumi di pesce a fronte del quale il pescato copre ormai solo il 57%; la rimanente quota del 43% proviene dall’acquacoltura, ovvero da allevamenti in acque marine o in acque interne, con un incremento pari a 5 volte rispetto agli anni Ottanta.
La situazione in Campania è alquanto diversa in quanto, a fronte di un forte consumo pro-capite, il pescato regionale copre l’8% del fabbisogno regionale mentre la rimanente quota risulta nella stragrande maggioranza d’importazione dai Paesi del fronte mediterraneo, con tutti i limiti relativi alla stessa definizione di pesce “fresco”. Da parte sua l’acquacoltura, nonostante le sue forti potenzialità , risulta ancora marginale sia in termini di produzione che di consumi per una serie di luci ed ombre che caratterizzano il settore. Innanzitutto nella regione esistono condizioni ambientali alquanto favorevoli che riguardano la lunghezza delle coste, la qualità delle acque, le condizioni climatiche e la lunga tradizione marinara oltre ad una posizione geografica che la pone al centro di un grande mercato nazionale ed internazionale.
Queste caratteristiche risultano particolarmente evidenti nell’area costiera vesuviana dove non solo opera ancora buona parte della flotta peschereccia della Campania ma risulta insediato il CRIacq, il Centro di ricerca interdipartimentale sull’acquacoltura dell’Università “Federico II” di Napoli la cui missione strategica è indirizzata all’innovazione di prodotto e di processo nel settore, con una vasta rete di rapporti a scala internazionale.
A fronte di tali potenzialità che sarebbero in grado di sostenere lo sviluppo locale e soprattutto l’occupazione , anche attraverso la riconversione professionale delle marinerie, insistono una serie di ostacoli che ne ritardano una definitiva affermazione. Va qui segnalata l’assenza di una specifica cultura d’impresa nel settore che, a differenza di altre regioni italiane e soprattutto straniere, risulta ancora di tipo conservativo il che chiama in causa l’assenza di specifiche politiche di formazione e di incentivazione del settore. Da tempo è in discussione presso la Regione Campania la Legge quadro sulla pesca e l’acquacoltura che dovrebbe contenere misure ed incentivi atti a regolamentare in maniera innovativa il comparto con particolare riguardo al rapporto tra istituzioni pubbliche ed imprenditoria privata.
Solo allora le potenzialità inscritte nel territorio dell’area TESS- Costa del Vesuvio in termini ambientali e di ricerca potranno “fare rete” e favorire la costruzione di un modello vincente, sulla falsariga del “Parco del Mare” di Trieste dove i rapporti tra mondo scientifico, istituzioni ed imprenditoria privata sono costanti e proficui.
*CRIAcq – Università Federico II







