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La Costa vesuviana è un territorio complesso dal punto di vista sociale e culturale e la religione ha svolto da sempre un ruolo di primo piano mediando spesso tra vicende umane e accadimenti naturali. Ne discutiamo con Mons. Antonio Illibato, Direttore dell’Archivio Storico della Diocesi di Napoli, autore di numerosi saggi storici e preziose monografie.
Inevitabilmente si deve partire proprio dalla presenza “ingombrante” del Vesuvio, provando a ragionare intorno alla possibilità che il culto verso i santi patroni sia rafforzato in questo territorio dalla necessità di protezione contro la furia del vulcano. Secondo Mons. Illibato, “sicuramente il Vesuvio rappresenta un elemento forte nella cultura popolare dell’area ma non è una sua peculiarità visto che in tutto il Meridione la pietà popolare è fortemente orientata verso i patroni nei momenti critici. Né si può trascurare un altro elemento importante che è rappresentato dal mare per tutte le comunità costiere per cui il culto si lega alla protezione dei marinai e agli auspici per una pesca rigogliosa”. Il Vesuvio e il mare, quindi, “stringono” la comunità locale intorno ad un patrimonio religioso con ampie testimonianze di fede e con antiche radici, se si pensa che la Diocesi di Castellammare è tra le più antiche, risalente al V sec. D.C., o che si hanno testimonianze di un tempietto a Pugliano (l’attuale basilica di Santa Maria a Pugliano ad Ercolano) meta di pellegrinaggi già dall’ XI secolo.
Illibato ritiene estremamente riduttivo relegare il patrimonio di fede del territorio unicamente a esperienze popolari, seppure importanti: “Questo territorio ha conosciuto illustri personalità testimoni di fede e autori di opere di carattere sociale ispirati da un forte senso di giustizia sociale e da ardente carità cristiana”. Il caso di Pompei costituisce certamente l’esempio più significativo: continua il direttore: “Fino agli inizi degli anni ’70 dell’Ottocento il territorio di Valle di Pompei era diviso tra i comuni di Boscoreale, Torre Annunziata e Scafati e le province di Napoli e Salerno. Da qui il suo abbandono amministrativo e civile, che si coniugava con l’analfabetismo, la povertà e l’arretratezza della popolazione, abitante in masserie e casolari sparsi. Fra quei contadini, rammentava Bartolo Longo, stentavano a farsi strada persino il ‘diritto e la giustizia civile’. A tanto squallore si aggiunse il brigantaggio che, dopo il 1860, infestò la zona dei Monti Lattari e dei paesi alle falde del Vesuvio. Il Longo, che si era recato a Valle di Pompei come amministratore, animato da forte passione religiosa, vi rimase per oltre mezzo secolo come missionario.
Nel corso di poco più di un quarto di secolo diede vita a opere che lasciarono il segno, a cominciare dal santuario, ora celebre in tutto il mondo, intorno al quale la ‘valle desolata’ si trasformò nella nuova città di Pompei con strade, piazze, le stazioni delle Ferrovie dello Stato e della Circumvesuviana, l’ufficio postale e del telegrafo, l’osservatorio geodinamico, le case operaie, la stazione dei Carabinieri e perfino un impianto di parafulmini, grazie all’impulso instancabile e il fervore cristiano dell’avvocato senza che lo Stato esborsasse una sola lira!”. L’insieme di opere realizzate era talmente completo e autosufficiente che nel 1928 potè assurgere al rango di Comune autonomo (col nome di Pompei) e rappresenta una delle più originali esperienze di urbanizzazione italiana del Novecento. Se il santuario di Pompei resta il centro più rappresentativo della fede nell’area costiera vesuviana, non si possono non ricordare altri esempi di illustri uomini di fede che hanno operato sul territorio. A Torre del Greco l’opera del Beato Vincenzo Romano tra Settecento e Ottocento è rimarchevole non solo per la spiritualità e la carità del sacerdote, ma soprattutto per i risvolti sociali del suo impegno pastorale: “In seguito alla terribile eruzione del 1794 che distrusse l’intero centro abitato di Torre del Greco – continua Mons. Illibato – fu il promotore più attivo della ricostruzione della città a cominciare dalla Basilica di Santa Croce e dalle opere civili. Inoltre si spese in prima persona per dirimere questioni di rilevanza sociale come nel caso delle dispute tra i ‘padroni’ delle barche coralline e i marinai per i quali ottenne una regolamentazione che ne tutelasse gli interessi contro le pretese dei primi”. Ma ancora tanti sono gli esempi di fede e impegno come, ad esempio, quello del vescovo di Castellammare di Stabia Francesco Saverio Petagna che nella metà dell’Ottocento contribuì alla crescita civile e sociale della comunità stabiese attraverso opere di carità e l’istituzione di centri di educazione e assistenza per bambini e fanciulle o di ricovero per i poveri e mendicanti.
Tralasciando ulteriori e comunque significativi esempi di uomini di fede, testimonianze di pietà cristiana, impegno sociale e raffinata produzione intellettuale, appare chiaro come su tutto il territorio vesuviano costiero si sia espresso nei secoli un humus spirituale che ha costantemente rafforzato e caratterizzato il legame tra comunità locali e territorio, coesione civile e difesa dalle calamità, giustizia sociale e crescita economica. In una difficile fase storica che mette a dura prova tale patrimonio di coesione, giustizia sociale e tutela del territorio proprio l’esempio offerto da siffatte personalità potrebbe contribuire alla costruzione del senso diffuso e forte di comunità vesuviana.







