di Ugo Marani - 15 Settembre 2009

Grazie alle riflessioni di qualche isolato studioso si sta, lentamente, riaprendo un flebile ma crescente dibattito sulle condizioni socio-economiche delle regioni meridionali e sul ruolo che esse assumono nell’ambito delle tendenze politiche nazionali.

Due ci paiono gli elementi di novità che parevano fin qui rimossi nella pubblicistica corrente.

Il primo: è necessario rimuovere il paradigma corrente della discussione, oramai imperante, se al meridione siano o stiano arrivando troppe o troppo poche risorse finanziarie. La contrapposizione, come il lettore intuirà, non è fine a se stessa, ma sottintende implicazioni di policy alternative. L’assunzione che le risorse utilizzate a Sud siano, o siano state, troppe rimanda a un rosario di responsabilità meridionali, ovviamente non del tutto infondate: lo spreco perpetrato dalle classi dirigenti locali, l’incapacità di innestare un processo autonomo di sviluppo, il disinteresse verso l’unica vera “questione” del paese, ovvero la questione settentrionale e la competitività dell’apparato industriale italiano sopravvissuto nel Centro-Nord. Chi invece propugna la tesi delle “troppo poche risorse” tende a porre in secondo piano le eventuali carenze locali e rimanda l’assenza di crescita, il dilagare della povertà, della disoccupazione e dell’esclusione sociale al disinteresse delle classi dirigenti verso territori oramai privi di welfare e di ammortizzatori sociali. La verità è che questo dibattito sarà ozioso e stantio fin tanto che i suoi estimatori non chiariranno l’obiettivo cui l’ammontare delle risorse andrebbe commisurato.

Se ci riferisce, ad esempio, all’efficiente utilizzo dei fondi da parte delle istituzioni regionali del Mezzogiorno i detrattori avranno probabilmente ragione; se ci riferisce, invece, alla dimensione dei fondi sotto forma d’incentivi fiscali e finanziari, la conclusione è opposta. Non esiste, dunque, una misura invariabile del giudizio. Un altro stereotipo pare, per fortuna, ridimensionarsi: l’esistenza di un progetto coerente di politica economica per il Mezzogiorno. Sembrano lontani i tempi in cui ogni singolo governo in carica legittimava, più o meno fondatamente, la coerenza meridionalistica delle decisioni più rilevanti di politica fiscale e dei progetti di aiuti alle imprese.

Oggi la legittimazione si esaurisce nel rimando al quadro di politica regionale comunitaria, come se l’abdicazione avesse di per sé un carattere assolutorio e tutto fosse demandato all’agire delle istituzioni di Bruxelles. Lo stato nazionale appare sempre più come un mero redistributore di risorse tra l’Unione Europea e le regioni meridionali; la loro mancata convergenza con i territori più dinamici dell’Unione è imputata alla farraginosità delle politiche comunitarie o all’inefficienza delle istituzioni locali. Meglio se si additano le carenze di entrambi. E ci si dimentica che la Germania ha, negli anni Novanta, impostato e portato a parziale soluzione il problema dell’arretratezza dei lander orientali, già costituenti la Repubblica Democratica Tedesca, in una cornice di politiche comunitarie congiunturalmente più severe e strutturalmente meno generose. Se oggi si chiedesse all’intero arco delle politiche costituzionali un progetto definito, realistico e coerente d’intervento nel Mezzogiorno le risposte sarebbero solo vaghe e interlocutorie.

Dei limiti della classe dirigente meridionali sarebbe difficile e poco aderente al vero cercare di negarne le responsabilità; ci pare, tuttavia, che i suoi difetti siano causa ed effetto al tempo stesso di un esteso processo di deresponsabilizzazione e di approssimazione che coinvolge, inevitabilmente, anche la classe imprenditoriale meridionale. Per dirla tutto: assistiamo oggi, anche da parte confindustriale a un atteggiamento di forte critica sulle modalità che hanno contraddistinto l’uso delle risorse da parte delle istituzioni regionali, segnatamente della Campania. I limiti dei piani d’intervento regionali, quale che sia l’acronimo di riferimento, sono evidenti. Viene da chiedersi chi siano stati i beneficiari d’interventi ritenuti oggi inefficaci o inefficienti da chi si erge a paladino del mercato rispetto all’arbitrio della politica, se non quei medesimi imprenditori poco propensi all’intrapresa, al rischio, agli investimenti che non fossero garantiti da un’opportuna copertura di fondi pubblici.

La realtà è più complessa e, forse, più grave di quanto possa apparire: la geopolitica muta ma la debolezza del tessuto imprenditoriale rimane e sarebbe velleitario pensare che la semplice mutazione del quadro politico faccia scomparire, come per incanto, i limiti di datori di lavoro da decenni usi a “zero rischio”.
Il contingente ha stratificazioni ben più articolate della semplicistica contrapposizione manichea tra il (buon) mercato e la (cattiva) politica. E forse un giorno, grazie al lavoro di qualche isolato studioso in grado di rifuggire dagli stereotipi imperanti, potremo superare quest’altro luogo comune.

* Docente di politica economica

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