di Pietro Gargano - 15 Settembre 2009

Il riscatto di Portici, Cremano, Resina e Torre del Greco dai vincoli di tipo feudale costò 106.000 ducati. Lo decretò il 18 maggio del 1699 il presidente della Regia Camera della Sommaria, don Michele Vargas Maciucca. Fu stabilito che i cittadini di quelle comunità “e loro successori in futurum et in perpetuum dovevano godere di tutte le enenzioni, privilegi e facoltà che competono e possono competere a coloro che godono il Regio Demanio”. Fu un atto di libertà, ma anche il primo segno di consapevolezza di un destino comune, della necessità di trovare punti di equilibrio al di là dei piccoli intressi di campanile. Fu persino stipulato un patto fra buoni vicini, in ventuno comandamenti.

I casali vesuviani fecero una colletta per raggranellare la somma necessaria e acquistarono in comune tutti i corpi, rendite, entrate, censi, ius e giurisdizioni. Fu scelta una sede per il governo: il Castello ossia Palazzo Baronale di Torre del Greco, indicato anche come sede delle carceri del contado. Il governatore andava scelto fra “tre persone dottorate e napoletane”. Tornarono all’uso collettivo i diritti sulle bestie dei pascoli e sulla pesca (compresa quella del corallo). Comune fu la rendita del pedaggio per ogni barca che si ancorava sulle nostre marine. Si stabilì la gestione solidale del “dritto dello scannaggio” (la tassa sugli animali mandati al macello) e di quello sulla vendita del vino. Il pane sarebbe stato fornito alle taverne e ai rivenditori da appositi “forni di mare”. Furono gestite insieme le quattro formaci per la calce. Tornò la libertà di pescare su ogni secca.

Il 3 maggio del 1711 gli Eletti delle tre università, riuniti nella Cappella dei Bianchi a Torre del Greco, decisero di risolvere pacificamente alcune controversie insorte nel frattempo. Quanto al vino al minuto e al gioco, per Torre del Greco da un lato e per Portici e a Resina dall’altro furono stimate rendite separate di 1.200 ducati all’anno, compreso l’uso di alcuni immobili nei rispettivi territori. I tre casali si esclusero reciprocamente dal diritto di piazza e falancaggio: frontiere interne aperte, insomma, in una sorta di mercato comune vesuviano. Il Forno a mare fu assegnato a Torre, con l’obbligo di versare ai vicini metà dell’utile.

In sostanza, gli antenati tentarono di sostenere la fresca (e comunque molto relativa) indipendenza in un gioco bilanciato di convergenze e rinunce. Presto la concordia franò sotto il peso dei municipi e soprattutto sotto quello delle gabelle e dellerestrizioni imposte dai dominatori di turno. Ma nel 1738 il re Carlo di Borbone, con la fondazione della Reggia di Portici, varò quello che si può definire un abbozzo di progetto integrato, puntando sulla scienza, la ricerca (gli scavi di Ercolano e poi di Pompei), il ridisegno urbanistico dell’area, meglio collegata col ridisegno della grande strada reale. Pure questa speranza durò poco, l’intreresse dei singoli prese il sopravvento sulla causa di tutti. Ed è curioso leggere fin dal primo Ottocento testimonianze di viaggiatori sul caotico modo di costruire in zona, non solo sul Miglio d’Oro. Terre benedette, ma sfregiate dalla speculazione.

Una condanna eterna? Non è cosi e proprio i tempi di crisi - livella nelle difficoltà - paradossalmente possono spingere verso la riconquista di “uno spirito dei luoghi”, di un’identità nata proprio dal rispetto delle diversità, di un omogeneo sentire e progettare per uscire dal lungo guado.
Certo, la contingenza va affrontata con molto realismo. Nei secoli ogni comune si è costruito una propria storia, con specifiche caratteristiche. Smantellare le tradizioni non solo è impossibile: sarebbe controproducente. Ciò che preme, invece, è costruire sul tessuto comune, sulla base di ciò che può favorire tutti. Sembra la scoperta dell’acqua calda, eppure è un compito pressante. E’ già nata l’idea di una “marca collettiva” Costa del Vesuvio. Pure nelle difficoltà di recente si sono levati cori e non voci isolate: ad esempio, quando le analisi hanno ribadito l’inquinamento di 26 chilometri di litorale, sono stati cinque sindaci a reclamare insieme attenzione e interventi immediati.

Ecco, quello dell’inquinamento è uno dei primi problemi da affrontare insieme. Perchè i progetti più ambiziosi - il rilancio del turismo, un moderno sistema portuale - partono dal mare ripulito. E’ assurdo che i veleni del Sarno, in tanti decenni, non siano stati annientati, ma qui qualcosa bisogna cominciare a fare da soli, studiando sistemi adatti di depurazione delle acque: quelli forse più efficienti, ad esempio le condotte marine sistemate in base allo studio delle correnti, sono stati finora scartati forse perché economici, troppo poco “affare”.

Analogo ragionamento di opportunità si può abbozzare per i flussi di traffico, il sistema dei trasporti pubblici, i centri di formazione e informazione, il rilancio di un sistema industriale leggero e moderno, articolate filiere produttive che colleghino tutte le risorse del territorio, un modo sinergico di presentarsi sul mercato nazionale e globale, il collegamento fra impresa e ricerca. Tutti per uno, uno per un tutti non è un retorico slogan: è una convenienza.

Tutto questo sarebbe di per sè un’enorme conquista. Però non basterebbe se, nello stesso tempo, non si lavorasse a ricucire la convivenza slabbrata, a partire dall’educazione dei giovani. Enti di sviluppo come la Tess sentono il dovere di lavorare non solo per progettare e fare, non solo per battere le diffidenze e trovare il giusto equilibrio fra pubblico e privato, ma anche per far nascere una coscienza civile fondata sui saperi. Vesuvianopoli - la definizione è dell’amico Aniello Langella - può nascere solo così.

 

 

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