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Intervista al prefetto di Napoli, Alessandro Pansa
Eccellenza, nell’intervista a noi concessa, Roberto Saviano sottolinea che la legalità conviene. Qual è, a tal proposito, la sua “ricetta” per la legalità?
Che la legalità convenga è un dato acquisito ormai da tempo in tutti i diversi settori nei quali si studiano i fenomeni criminali. Ogni distorsione – sia sul piano economico che su quello etico – non determina mai conseguenze positive. Non credo che ci sia una ricetta per la legalità. O meglio che non ce ne voglia una sola, ma molte e con molte prescrizioni. In primo luogo vanno considerati di pari valore gli interventi contro la criminalità organizzata come quelli contro la criminalità diffusa. Altrettanto rilevante è il tema “sicurezza dei cittadini”, sia nella sua componente di mera percezione che sul piano oggettivo del numero dei reati che vengono commessi.
Come valuta l’efficacia degli strumenti di collaborazione con le istituzioni quali il protocollo di legalità e, recentissimo, la stazione unica appaltante nell’arginare l’invadenza criminale nell’economia locale?
In termini generali, ritengo prevalente il ruolo dell’azione preventiva, rispetto a quella repressiva. L’inquinamento provocato dall’agire criminale, sebbene poi represso con arresto e condanna degli criminali in un numero sempre crescente di casi, si riassorbe se non in tempi molto lunghi.
Proprio in tema di prevenzione antimafia, credo che le iniziative di carattere pattizio, come il protocollo di legalità e la stazione unica appaltante abbiano un’efficacia notevole in quanto entrambe intervengono a rafforzare la capacità di resistenza alla pressione criminale da parte di amministrazioni pubbliche e imprese. Gli obblighi imposti sia alle stazioni appaltanti che alle imprese dal protocollo di legalità – e per tutti valga quello della trasparenza finanziaria – rendono meno vulnerabili questi enti di fronte alla pressione camorrista: difficilmente potrà essere conseguito un risultato positivo dall’azione criminale sia in termini di condizionamento che di utile economico. La stazione appaltante unica, gestita da un organo non condizionabile, preserva ancora di più e chiude in un recinto di legalità l’azione di quegli enti che rischiano di soccombere altrimenti alla pressione mafiosa.
La legge sullo scioglimento dei consigli comunali, dopo il successo iniziale nel contrastare le palesi infiltrazioni criminali nella politica locale degli anni ’80, ha generato sempre più perplessità rispetto ai risultati ottenuti dalle indagini successive agli scioglimenti. A prescindere da ogni valutazione di tipo politico, qual’ è il suo giudizio sull’efficacia di tale strumento?
La normativa sullo scioglimento dei comuni – anch’esso un strumento di prevenzione avanzata – ha bisogno di un ammodernamento, in ragione anche dell’esperienza che è andata maturando negli anni di applicazione e della stessa evoluzione interpretativa giurisprudenziale. Allo stato sono in fase di studio alcune modifiche che riguardano le funzioni amministrative all’interno degli enti sciolti e la ricaduta sulle aziende cosiddette in house o a capitale pubblico. Le modifiche che saranno apportate dal legislatore daranno di certo nuovo smalto a questo strumento di prevenzione antimafia così delicato.
I sindaci rappresentano il riferimento locale più immediato nel contrasto all’illegalità, ma spesso sembrano impotenti rispetto alla pervasività e capillarità del sistema delle infiltrazioni camorristiche in ogni risvolto della vita civile delle comunità: come si può rafforzare il lavoro delle istituzioni locali in questo difficile ruolo di contrasto?
La strada da seguire è quella di ridurre la vulnerabilità degli amministratori locali. Misure esistenti vanno rafforzate sia in sede di scelta dei candidati sindaci, cioè nella fase preelettorale, che in quella delle scelte strategiche che le amministrazioni comunali sono chiamate a fare. Sul primo aspetto bisognerà rafforzare i vincoli sulla candidabilità e eleggibilità di sindaci e consiglieri comunali. Sul secondo, bisognerà creare un meccanismo di monitoraggio vincolante per quei settori dell’amministrazione pubblica, che l’esperienza di questi anni ci ha insegnato a considerare a rischio. In tal modo si renderà l’istituzione meno debole di fronte alla minaccia criminale. Anche l’imprenditore che, pena la rescissione del contratto ed una penale, deve rispettare regole ferree di trasparenza è meno debole di fronte alla pressioni criminali e può molto più facilmente resistere ad esse.
Dall’alto della sua esperienza, quali sono le evoluzioni più significative della criminalità locale negli ultimi decenni? Quali aspetti costituiscono fonte di maggiore preoccupazione da parte di è impegnato a contrastarla?
Le dinamiche della criminalità organizzata nel nostro Paese e in particolare in Campania sono continue. Difficilmente fenomeni complessi possono restare indifferenti ai fattori esterni, che il mondo contemporaneo ci propone con grande rapidità e forza. Come nel passato il coinvolgimento della criminalità campana nel traffico della droga ha avuto effetti destabilizzanti anche sul piano strutturale delle organizzazioni stesse, delle gerarchie e dei rapporti tra clan, oggi altri fenomeni influenzano con analoga incisività il mondo del crimine. Il primo di tutti è il passaggio dalla internazionalizzazione del criminalità organizzata alla globalizzazione dei sistemi criminali. Sia sul piano dell’azione che su quello delle strategie, l’influenza è molto forte: criminali e criminalità di altri paesi si intrecciano con le nostre organizzazioni di origine regionale; i mercati delle merci, comprese quelle illecite, il mercato del lavoro e delle imprese, i circuiti finanziari, il sistema dei trasporti e delle comunicazioni richiedono dinamismi sempre più rapidi e competenze sempre più evolute; la modifica di abitudini e costumi comprimono alcuni settori del crimine a vantaggio di altri; l’accumulo della ricchezza in mano a singoli individui o a gruppi criminali determina necessariamente conseguenze sui comportamenti e sulle strategie degli stessi. In maniera sintetica, direi che più che di evoluzione della criminalità locale, parlerei di effetti destabilizzanti su di essa provocati dai vari fattori esterni, non ultimo la capacità di contrasto che negli ultimi anni è andata sempre migliorando.
Quanto c’è ancora da lavorare – e come si potrebbe intervenire – per affinare ulteriormente gli strumenti di contrasto alla criminalità e all’illegalità?
Che ci sia da lavorare ancora molto è indubbio. Per migliorare la capacità di contrasto, a mio avviso basta guardare al passato per trarre esempi ed esperienze. Innanzi tutto i successi nella lotta al crimine organizzato sono stati enormi e non vanno dimenticati. Veniamo da anni in cui le stesse istituzioni democratiche sono state messe in pericolo dalla minaccia mafiosa. Abbiamo saputo però resistere e attraverso strumenti legali abbiamo saputo respingere l’assalto criminale e ridurre di tanto la pervasività mafiosa. Non basta certamente, ma sappiamo ormai con certezza che la lotta alla criminalità organizzata deve avere presenti due obbiettivi fondamentali: bonificare e rendere sempre meno vulnerabile i circuiti economici, non consentire che si istaurino su aree anche di piccole dimensioni (quartieri, borghi, complessi residenziali) forme di subcultura criminale che distorcono nella sua essenza il bene della legalità.







