di Aldo Vella - 29 Luglio 2009

Indubbiamente il concetto che meglio racchiude il senso dell’odierno dibattito sull’identità del ter-ritorio vesuviano è quello della “Città Vesuviana”, che è la parte più problematica dell’intero ambito della TESS. L’idea di segnare tutta l’area con un’unica denominazione e, quindi, identità nasce negli anni ’80, allorquando si apre una profonda riflessione di fronte alla crisi urbanistica ed economica della costa. Riflessione che diventa approfondimento scientifico (una delle occasioni costituita nel ’93, dai «Corsi di Cultura Vesuviana» promossi dal Comune di Portici nell’ambito del primo progetto della Li-bera Università Vesuviana, poi continuato nel libro (scritto da me con Filippo Barbera): “Il territorio storico della Città Vesuviana”, che ha avuto la sua IV edizione nel 2008 grazie alla TESS.

L’idea non è neanche mia, ma di un geografo greco del I secolo a.C.:“Tutto il golfo è trapunto di città, edifici, piantagioni, così uniti tra loro da assumere l’aspetto di un’unica metropoli”: Strabone, nella sua «Geografia» (libroV,4,8) vide, nella già allora densa presenza dell’uomo alle falde del Vesu-vio, un’unica realtà urbana che, nella seconda metà del XXVIII secolo, avrebbe avuto la sua affermazione più alta attraverso la concezione politico-urbanistico di Carlo di Borbone (quella delle «Ville Vesuviane del ‘700»), disegnato nella famosa “mappa del duca di Noja” del 1775: una “Città Carolina” ava della “Città Vesuviana”.

Dunque, ai caratteri fisico-geografici caratterizzati in gran parte dalla presenza del vulcano più fa-moso del mondo, si sono intrecciati, nel tempo, quelli antropici, altrettanto forti, sicché oggi è impensa-bile separare i vari apporti fisionomici. Ma il progetto di sviluppo della Tess giustamente ha esteso il suo interesse anche a tutta l’area stabiese e pedemontana dei Monti Lattari, passando per l’agro noveri-no-sarnese; quest’area, con le sue caratteristiche di basso impatto antropico e alto valore naturalistico ed agricolo, costituisce uno strategico contraltare a quella vesuviana. Quest’ultima entra a far parte di  quel virtuoso binomio necessario a riprendere la sua identità diventata sottile e di difficile lettura, dopo i guasti e le deformazioni dall’ultimo dopoguerra in qua, dopo il parziale ma pesante inglobamento del territorio litoraneo nel grande magma della periferia metropolitana di Napoli. La riconoscibilità dell’area è, infatti, oggi al guado: il continuum edilizio caratterizzante specie la fascia costiera non è oggi né periferia metropolitana, né città a sé, ma possibile fondamento di una città vesuviana con carat-teri unitari tutti da riconoscere, riqualificare, rafforzare.

Possiamo dunque distinguere tre distinte entità territoriali, ciascuna articolata in sub-insiemi con molti caratteri comuni ma distinti aspetti e livelli di evoluzione storico-spaziale:

1. LA CITTÀ VESUVIANA, divisa in due sottoinsiemi:
 A.  SUB-CITTÀ LITORANEA (la linea costiera da S.Giovanni a Teduccio a Torre Annunziata);
 B. SUB-CITTÀ SOMMESE (l’arco orientale del Somma e le prime propaggini nolano-sarnesi).
2. L’ARCO STABIESE, divisibile in due sottoinsiemi:
 A. LA CITTÀ CITTÀ STABIESE.
 B. L’ARCO PEDEMONTANO.
 
Nella sub-città Litoranea (1B) è più spiccatamente presente la matrice ovviamente lineare (di ori-gine carolina), mentre è radiale la dominante nella sub-città Sommese: qui la struttura idrogeologica del vulcano viene rafforzata dalle direttrici urbane. Le diversità strutturali hanno condotto ad evoluzioni e interazioni diverse tra le parti. La legge di crescita nella sub-città Litoranea non va per centri (nonostan-te le presenze storiche di Pompei, Ercolano e Stabia, che possiamo considerare come i grandi centri di-rezionali del passato) ma per diffusione nebulare (secondo la lettura di Strabone) e lineare (la città caro-lina).

 
Oggi l’intero circuito territoriale si presenta come un sistema circo-lineare da un milione di abitanti, diversamente colpito, nei suoi due sottoinsiemi, da una crisi di quantità, che oggi è crisi di qualità fun-zionale: manca, cioè, il respiro di un grande sistema urbano.

Quanto alla definizione spaziale del sistema, è utile la delimitazione morfologico-storica (ma anche mitologica) determinata dai due corsi d’acqua, il Sarno e lo scomparso Sebéto. Questa delimitazione è anche confortata, sotto il profilo vulcanologico, dal limite dei prodotti eruttivi rilevati e, quindi, dal ca-rattere dei cicli di trasformazione orografica derivanti dagli esiti eruttivi.

Dal punto di vista economico, l’insieme considerato regge alla prova sia per la presenza omogenea di industrie, sia di produzioni agricole che, infatti, mutano carattere a ridosso dell’agro nocerino-sarnese (in special modo per l’agricoltura), nell’area stabiese (cantieristica e portualità) e nell’area di Napoli Est (per l’industria).Sarebbe infatti oltremodo interessante un’analisi delle frange di confine (S.Giovanni a Teduccio-Barra, Torre Annunziata-Castellammare, Striano-Sarno); infatti, è proprio su queste linee di frontiera che, per differenza e conflitto, si riconoscono le trame fisionomiche di un territorio.

Su di esse, tra l’altro, verte la parte più delicata della definizione dei confini della possibile Città Metropolitana, il cui processo la legge 265 sembrava aver accelerato: la scelta delle inclusioni tocca il nervo scoperto delle identità territoriali, rimette in moto la ricerca sulle radici di appartenenza, sicché la Città Metropolitana va costruita appunto per integrazione di distretti storicamente identificati (le città nolana, flegrea, vesu-viana, stabiese-sarnese-nocerina, sorrentina, ecc.), con cui la Napoli strettamente detta si deve misura-re, onde evitare nuovi deletèri meccanismi di colonizzazione.

Ma è soprattutto dalla ripresa della conoscenza del territorio attraverso lo studio delle scienze ve-suviane che deve cominciare l’opera di ‘ritrovamento’ delle identità, integrando le letture tradizionali (vulcanologia, botanica, architettura, archeologia, agraria, ecc.) con altre più tagliate sulle linee evoluti-ve  –  economia dello spazio, politica, società – in modo da ricomporne, su basi nuove e più aderenti, la giusta complessità. Una operazione, questa, necessaria non solo a chiudere in unica visione il quadro di un’area, ma anche a fungere da sperimentazione di nuove metodologie di ricerca su un territorio interdi-sciplinare per sua natura. In questo senso va la ri-proposta di istituzione della Libera Università di Scienze Vesuviane (LUV) che, pur sostenuta da grandi entità territoriali (Parco del Vesuvio, Circumve-suviana, Osservatorio Vesuviano, Tess) non sembra, al momento, trovare sensibilità presso le ammini-strazioni locali.

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