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Il progressivo ridimensionamento della centralità delle tematiche attinenti la debole performance dell’economia del Mezzogiorno sono causa e conseguenza, al tempo stesso, del ridimensionamento delle politiche territoriali di convergenza e della costante arretratezza rispetto alla crescita delle altre regioni del paese.Il Mezzogiorno, con le sue contraddizioni, le sue debolezze, la drammaticità dell’esclusione sociale e dell’emigrazione, anticipa, amplificandoli, problemi che l’economia italiana si trova o si troverà ad affrontare.
Un primo elemento, di certo il più appariscente e il più recente, di tale unitarietà della “questione italiana” è rinvenibile dalle modalità con le quali la crisi internazionale si è abbattuta sulla nostra economia e dall’inadeguatezza della risposta “nazionale”. Dopo una manovra finanziaria dello scorso luglio eccessivamente restrittiva e dopo tagli di spesa in settori fondamentali, le misure di carattere sociale del governo si sono esaurite in due iniziative, la social card e il bonus-famiglie, il cui utilizzo è risultato di molto inferiore all’ammontare stanziato; istituzioni reputate stimano che, a fronte di questi interventi, la Finanziaria per il 2009 taglia i fondi per le politiche sociali, di un ammontare non lontano a quello destinato a social card e al bonus per le famiglie.
Ancora: le iniziative specificamente considerate come “interventi anti-crisi”, ovvero il Piano Infrastrutture, il Fondo Ammortizzatori Sociali e il Fondo Economia Reale, non hanno determinato stanziamenti aggiuntivi ma sono consistite in una mera riprogrammazione di risorse statali e regionali attinte dal Fondo Aree Sottosviluppate e dal Fondo Sociale Europeo. Tutto ciò ha determinato, sul piano strettamente quantitativo, una gravità della recessione in Italia più marcata della media europea e, sul piano territoriale, un’ulteriore divergenza delle dinamiche territoriali.
Il fenomeno della maggior caduta nel Meridione dei consumi delle famiglie rimanda all’assenza d’interventi fondati su principi di coesione e di solidarietà sociale. In un clima di contrazione del reddito da lavoro e di quello familiare complessivo, la minore capacità di spesa è percepita come permanente e non già transitoria, il sistema di ammortizzatori sociali è percepito insufficiente o inesistente. In tutto ciò consiste la portata “nazionale” del problema meridionale. La scarsa lungimiranza e l’assenza di misure efficaci esalta fenomeni quali la mancanza di fiducia delle famiglie, la crisi del reddito familiare complessivo, la mancanza della rete sociale di welfare sono fenomeni perversi che, ora nel Sud, precorrono quanto la società italiana potrà, in egual misura, vivere in futuro e che attualmente il Meridione “centellina” in dosaggi più modesti.
Sul piano strettamente produttivo a storia industriale dell’Italia è, nell’ultimo decennio, contraddittoria e pericolosa: mentre le grandi imprese arrancano in assenza di politiche industriali innovative e, probabilmente, attardate da incapacità pregresse di salto tecnologico, le imprese piccole e medie cercano assetti stabili e redditività soddisfacente con processi di riconversione e di lenta qualificazione. Era stato, fin qui, un processo lento e diverso nelle due aree del paese: sia pur con indicatori di efficienza e di redditività distanti da quelli delle omologhe imprese centro-settentrionali e variegati al loro interno, esse stavano tentando di penetrare sui mercati internazionali e di incrementare la propria produttività. Le modalità di riassetto erano differenziate e non sempre condivisibili, ma, non di meno, da valutare con attenzione poiché esso rappresentava l’unica tendenza palese per il superamento del nanismo che, storicamente, ha interessato le attività manifatturiere nascenti nel Mezzogiorno.
La crisi tende a ridimensionare il processo sino quasi, secondo gli osservatori più attenti, ad annullarlo. E ripristinarlo è compito improbo specie se tentato, come pare intendere il Governo, tramite ipotesi omnicomprensive. A ben vedere, molti degli alibi che sottintendono il ridimensionamento dell’interesse politico per il Mezzogiorno e il suo mancato riconoscimento come “questione nazionale” sono rinvenibili nel deficit istituzionale che la classe politica del Mezzogiorno, di qualunque latitudine politica, ha espresso nel corso degli ultimi anni. In ragione di ciò, o forse strumentalmente grazie a ciò, la cattiva gestione della classe politica meridionale è stata utilizzata per rinforzare, di volta in volta, le proposte di centralizzazione, di federalismo, di misure solidali, di politiche territoriali regionali. Ma sia pur nella loro strumentalità, simili critiche rimandano a una carenza esistente, ovvero l’assenza di un surplus politico e istituzionale delle classi dirigenti meridionali.
Invece che generare un surplus sociale netto, il solo che avrebbe potuto compensare il declassamento del mancato sviluppo meridionale nella gerarchia degli obiettivi finali di politica economica nazionale, il Mezzogiorno ha creato un deficit istituzionale. Oggi le disparità nei livelli di reddito tra le due circoscrizioni del paese sono ascrivibili non solo alle differenze tra le due macroregioni, ma anche alle profonde sperequazioni che interessano il meridione al suo interno. E’ come se la società meridionale fosse l’esito risultante dalla combinazione perversa dei tratti tipici di una regione europea in ritardo di sviluppo e delle diseguaglianze proprie dei paesi meno sviluppati, determinando una “miscela” che non consente certezze interpretative e politiche univoche.







