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Da almeno un quindicennio nella mia pratica didattica e successivamente in quella dei docenti ed educatori con i quali collaboro (Maestri di strada e Progetto “Chance”) preferisco usare l’espressione Cittadinanza Giovanile che sembra sintetizzare meglio un’idea positiva ed attiva di legalità piuttosto che un’idea difensiva rispetto ad aggressioni da parte di criminali singoli o organizzati. I giovani non devono difendere una condizione sociale e le regole di convivenza, devono piuttosto avere un ruolo attivo nella costruzione dei legami sociali e delle regole di convivenza; essere cittadini attivi oggi coincide con il processo di crescita personale, di attivazione in un contesto di relazioni e di regolazione, delle proprie energie e risorse.
Senza lo sviluppo pieno della persona, senza una completa capacità di attivarsi in modo libero e creativo i giovani non sono veramente giovani, non sono veramente cittadini, non possono attivarsi per contrastare l’illegalità. Molti analizzano i comportamenti giovanili come derivanti da assenza di valori, condivisione di modelli assunti acriticamente dai mezzi di comunicazione di massa. I giovani sono quindi genericamente additati come deficitari, rispetto ai valori condivisi e quindi possibili oggetto di interventi correttivi che devono limitare un uso sconsiderato della libertà. Il mio punto di vista è opposto, i giovani hanno troppo poca libertà, hanno poche possibilità di attivare pienamente le proprie energie.
Il primo problema di legalità nostro - degli adulti e degli educatori - è ciò che chiamo “illegalità subìta”, ossia quella condizione diffusa di assenza di regole o di loro non osservanza sistematica che mette i giovani nella condizione di illibertà che impedisce una vita attiva e crea le condizioni perché slogan e modelli facili si sostituiscono alla libertà di coscienza restituendoci una gioventù eterodiretta piuttosto che padrona di sé. Troppi propongono “i valori” come una merce immateriale che si sceglie al banco “arredamento delle coscienze”. I valori invece sono cose materiali che si acquisiscono per condivisione operativa ed emotiva, le regole di convivenza civile, di solidarietà umana, di rispetto della persona si trasmettono nelle relazioni vissute. Rispetta chi è rispettato, è solidale chi ha sperimentato la solidarietà.
La regola fondamentale nello sviluppo di una vita ben regolata è la reciprocità, il continuo riconoscimento della nostra comune appartenenza al mondo civile che si legge nei comportamenti dell’altro. Noi non possiamo avere nei confronti dei ragazzi e dei giovani un atteggiamento ‘correttivo’ ma dobbiamo assumere un atteggiamento di affiancamento e di sostegno. Oggi il mondo adulto si esprime per stereotipi attraverso portavoce e mezzi di comunicazione impersonali, occupando abusivamente il ruolo di “maestro di vita” con un profluvio di messaggi predicatori non supportati da pratiche civili riconoscibili. Contestualmente si riduce la presenza di adulti in carne ed ossa che stiano a fianco dei giovani per testimoniare nei comportamenti ciò che altri si limitano a predicare. Anche i non esperti sanno che un mestiere non si apprende solo attraverso le parole, ma è necessario un apprendistato in situazione, e questo è vero innanzi tutto per il mestiere di vivere e per crescere.
Nel lavoro educativo che cerchiamo di svolgere con giovani che altri hanno già bollati come devianti ed incapaci di avere comportamenti civili, noi mettiamo al primo posto organizzare il lavoro educativo come una comunità in cui vigono vincoli di reciprocità, e dove le regole sono continuamente discusse e motivate soprattutto quando qualcuno le viola. Il primo atto del nostro lavoro è la firma di un patto educativo dove la firma degli educatori e quella dei giovani viene apposta sullo stesso rigo, senza gerarchia. Sappiamo già che quel patto sarà violato innumerevoli volte e che per trasformare quel pezzo di carta in una regola di vita ci vogliono anni. E sappiamo anche che il nostro compito di educatori non è stigmatizzare l’errore, ma utilizzare gli errori per consolidare i sistemi di regolazione ed autoregolazione.
E’ la fatica di riportare ciascuno dentro il contesto delle regole che fa forte un sistema di regole, che rende forte una comunità. Purtroppo questo modo semplice ed elementare di considerare la legalità e la convivenza civile si è quasi del tutto perso e abbiamo una pericolosa oscillazione tra una comprensione che diventa tolleranza e lasciar fare, ed una chiusura al capire che è rigidità punitiva ed escludente. Oggi dopo anni di incuria verso le relazioni educative tra adulti e giovani nei contesti informali della famiglia e dei luoghi di vita o dei contesti formativi e scolastici, si pretende di riprendere un ruolo educativo semplicemente attraverso pratiche punitive ed escludenti. Ciò rappresenta una bancarotta educativa che non può che produrre una moltiplicazione di comportamenti violenti ed illegali.
Per anni – negli ambienti scolastici - si è discusso circa la differenza tra “valutazione sommativa” e “valutazione formativa” in un dibattito che è evidentemente passato sulla testa di troppi educatori, che alla fine si sono affidati alle loro emozioni più elementari ripristinando pratiche meramente punitive. Fuori del linguaggio tecnico la “valutazione sommativa” semplicemente accumula risultati ed inchioda ciascuno al suo passato; la valutazione formativa dovrebbe servire a smontare i meccanismi che sono alla base della scarsa motivazione e dei cattivi comportamenti, per costruire insieme un progetto di crescita. L’ondata meramente repressiva che si sta respirando oggi nelle scuole italiane mina alla base la possibilità di ristabilire un dialogo di vita sulla legalità con centinaia di migliaia di giovani e al tempo stesso moltiplica il rischio che il discorso sulla legalità sia confiscato da coloro che lo usano per opprimere i giovani e non per liberarli.
*Presidente Associazione Maestri di Strada ONLUS







