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L’approvazione del Piano Nazionale d’Emergenza nel 1995 ha inaugurato una nuova fase nella storia della comunità vesuviana: la previsione e gestione del rischio Vesuvio. Da allora si sono continuamente accavallate valutazioni critiche, difese, esercitazioni e aggiornamenti in nome della massima tutela da garantire alle popolazioni residenti in caso di futura eruzione del Vesuvio.
Fino al 1944, il caratteristico pennacchio di fumo aveva costituito da sempre il monito più efficace per ogni velleità di espansione demografica alle pendici del vulcano ricordandone l’attività e la pericolosità. Per ogni eruzione era stato relativamente facile abbandonare il territorio in breve tempo anche ad evento avviato, e, nell’ultima eruzione, i militari alleati di stanza a Napoli fornirono i mezzi per evacuare in fretta gli abitanti dei comuni colpiti. In tutta l’area vi furono poco più di cinquanta vittime.
Oggi, la eccessiva densità abitativa e le infrastrutture insufficienti a gestire il contemporaneo spostamento di 600.000 persone in panico hanno spinto alla realizzazione di un piano che rappresenta uno dei più articolati e dettagliati al mondo rispetto a un evento che, per l’impatto sul territorio circostante così urbanizzato, non ha avuto alcun episodio simile da cui trarre esperienza. Basato su calcoli storico-scientifici, definisce luoghi, fasi, ruoli e interventi in caso di un’eruzione che, secondo lo scenario peggiore, potrebbe essere sub-pliniana, ossia simile a quella del 1631.
L’area a ridosso del vulcano, la zona rossa, comprende i diciotto comuni più esposti alle conseguenze peggiori consistenti nella ricaduta di flussi piroclastici. La zona gialla, invece, abbraccia anche gran parte delle province di Avellino, Benevento e Salerno e potrebbe essere interessata da fenomeni di pioggia di ceneri e lapilli. La zona blu coincide con l’area della cosiddetta conca nolana che potrebbe subire fenomeni alluvionali. Per quel che riguarda l’articolazione del piano nel tempo, sono state previste tre fasi di allerta oltre a quella di quiete assoluta, corrispondente alla situazione attuale priva di fenomeni rilevanti. Le prime due, di “attenzione” e di “preallarme”, scattano in relazione all’insorgere e all’aggravarsi di variazioni significative dei parametri fisico-chimici del vulcano; possono durare anche per mesi e, nel caso della fase di attenzione, non vi è alterazione della normalità quotidiana.
Se i fenomeni osservati dovessero regredire entrambe le fasi possono concludersi con il ritorno a quella precedente. La fase di “allarme” scatta solo in caso di previsione pressoché certa di eruzione che potrebbe verificarsi nel giro di una o più settimane. A questo punto avverrebbe l’evacuazione totale della popolazione della zona rossa verso le regioni gemellate con ciascun comune. Le fasi successive all’eruzione prevedono il monitoraggio dei danni, della staticità degli edifici e il progressivo ritorno nei comuni d’origine. Accanto all’intervento principale, il piano prevede ulteriori azioni che riguardano altri aspetti dell’emergenza quali l’informazione e le esercitazioni, il controllo del territorio, la logistica, viabilità e telecomunicazioni, la vigilanza degli immobili, la protezione dei beni artistici e architettonici di maggiore interesse, l’assistenza alla popolazione, la fase di accoglienza presso le regioni gemellate.
Per la gestione del piano di emergenza, l’aggiornamento delle variabili considerate e il monitoraggio dei parametri è prevista una rigida catena di comando e controllo che coinvolge istituzioni nazionali, regionali e locali. Ma la scommessa sull’efficacia del piano e della sicurezza delle popolazioni in caso di eruzione si gioca proprio nell’attuale fase di lunga quiescenza che ha spinto alla rimozione collettiva del rischio nel corso degli anni. Accanto a una nuova strategia di decongestionamento del territorio, che può avere effetti solo a medio e lungo termine, occorre una informazione capillare, corretta e pacata nei toni, accompagnata da cicli di esercitazioni periodiche sia di portata generale, come quelle del 2006, che ristrette a scuole e uffici. Esercitazioni e informazione rappresentano i più efficaci strumenti per una ordinata preparazione della popolazione ad un evento futuro, per la diffusione di una coscienza del rischio e l’educazione ad un modello economico e sociale che coniughi esigenze di normalità e minimizzazione delle conseguenze di un’eruzione ricordando che da sempre il Vesuvio, al di là dei danni, punisce innanzitutto la sconsideratezza dell’uomo.






