di Vivian Russo - 16 Giugno 2009

Il Vesuvio e i suoi colori: in un suggestivo scenario l’azzurro del cielo e del mare lo incorniciano da cima a valle,il verde della vegetazione ne fa da mantello,il bianco delle nuvole e della neve di tanto in tanto lo eclissano e il rosso del rischio,lo rende fortemente pericoloso. Infatti proprio la cosiddetta zona rossa (18 comuni) è oggetto costante di dibattiti,scontri,proposte e riflessioni. Saremo noi l’ennesimo riflettore acceso e subito dopo spento?Il dramma delle vicende abruzzesi, ancora una volta, ha riacceso la rabbia e lo sdegno per l’incuria e l’inerzia su quanto si sarebbe dovuto e potuto fare anche nel nostro territorio per la salvaguardia della vita di una collettività prima che un evento naturale possa colpire così duramente.

La questione è stata affronta più volte su un duplice fronte: quello più strettamente tecnico ed operativo,e quello propositivo di decongestione abitativa del territorio. Per quanto concerne la sicurezza, il piano della Protezione Civile prevede un articolato sistema di vie di fuga che dovrebbe permettere a tutti di allontanarsi entro 72 ore dall’area, considerando anche le numerose difficoltà di fruizione dovute ai numerosi abusi edilizi. L’ultima esercitazione è datata 2006 e ha coinvolto 2000 persone sulle circa 600 mila che vivono nei paesi vesuviani. Una qualsiasi emergenza vulcanica impone una serie di non facili scelte.

 Una eruzione, a differenza di quanto avviene per i terremoti, é prevedibile anche se, ancora oggi, non é possibile stabilire se si presenterà sotto forma di : fenomeni certamente spettacolari ma che non costituiscono una minaccia diretta per la vita umana come le colate laviche o se evolverà in forme catastrofiche. Ben venga, ovviamente, un piano che contempli anche l’ipotesi peggiore, ma ridurre a questa tutta la pianificazione dell’emergenza è una strada piena di rischi.

A queste difficoltà, insite in ogni emergenza vulcanica, vanno a sommarsi quelle legate alla specificità dell’area vesuviana, caratterizzata da una elevatissima densità urbanistica e da una drammatica vulnerabilità sociale e culturale. L’ultima eruzione si é verificata quasi mezzo secolo fa e questo significa che la popolazione dell’area, a differenza di quelle che l’hanno preceduta, non sa cosa sia effettivamente una eruzione vulcanica. Alla consapevolezza scientifica, non corrisponde un’altrettanta  consapevolezza sociale.

Chi vive sotto il vulcano è preoccupato, ma tende in modo bizzarro a diventare indifferente e fatalista:“tutte quante amma murì” tipica espressione folkloristica. Per farla breve, se si parla di  rischio eruzione, al di là dei giri di parole, la gente preferisce toccare ferro. Di fronte al rischio Vesuvio bisogna dire che, in sé, un disastro naturale non esiste. E’un controsenso, esistono solo disastri sociali , sono i comportamenti umani a far sì che un evento naturale abbia effetti disastrosi. E’ qui che  diventa importante il concetto di percezione sociale del rischio.

Del resto, i caratteri dell’esistenza moderna vengono definiti secondo Bauman dal rischio e dall’incertezza (Bauman, 1999).Di fronte a questo pericolo, fondamentale sarebbe sviluppare una capillare campagna di informazione per restituire alla popolazione vesuviana quella “memoria storica” che le ha permesso di convivere per secoli con le eruzioni del Vesuvio.

L’altro aspetto affrontato è relativo all’alleggerimento della pressione demografica. Finora l’unico tentativo di congestionare i territori ultrapopolati messo in atto 5 anni fa dalle Istituzioni fu il progetto “Vesu-via”che prevedeva un bonus di 30.000 euro per acquistare casa e trasferirsi altrove solo per coloro che fossero residenti da almeno 5 anni in uno dei 18 comuni della zona rossa e occupanti case in fitto. Le dinamiche complesse del territorio e il forte radicamento degli abitanti ai propri luoghi, hanno ridotto l’efficacia di questo tipo di intervento.

Analizzando l’andamento demografico si registra dal 1981 al 2007 un calo naturale di abitanti del 10,4%. La causa di questa migrazione però, non è per nulla riconducibile al rischio Vesuvio:il macigno “occupazione”(Tasso di disoccupazione 17,5% nel 2007), e l’aumento vertiginoso del mercato immobiliare , ha indotto l’esodo proprio di giovani coppie e di professionalità altamente qualificate, che,  al contrario, costituiscono una risorsa preziosa da trattenere e coltivare. Opportuna sarebbe una rinnovata strategia d’azione fondata su un’accurata analisi dei fabbisogni e delle informazioni acquisite da una fase di confronto con il territorio. Per rendere efficace la dislocazione abitativa, sarebbe necessario individuare territori che presentino caratteristiche economiche e sociali simili all’area d’origine e potenziare le linee di trasposto per una maggiore mobilità, da e verso la zona rossa.

Va rafforzato il rapporto tra Istituzioni e cittadini sul tema,infatti, una comunicazione della strategia di mitigazione del rischio, al di là della sua adeguatezza tecnica, ha elevate possibilità di successo solo se si innesta su una cultura del rispetto, della cooperazione e della sicurezza che può essere costruita solamente con accorte e specifiche politiche di medio e lungo periodo. La conoscenza dei vantaggi influisce sul livello di accettabilità.

 

 

 

 

Articoli correlati