di Felicia Liguori - 16 Giugno 2009

Da millenni l’uomo utilizza prodotti naturali, trasformati in tessuti, per coprirsi, difendersi dal freddo e adornarsi. La seta, il lino, la lana, il cotone, le fibre tessili naturali importanti, rappresentano i prodotti più antichi le cui origini sono quasi sempre partite dall’oriente per espandersi, successivamente, nell’occidente. Nell’antichità la lavorazione era legata all’ambito familiare o gestita da piccole imprese artigianali, ma già i Romani cominciarono ad organizzare delle vere e proprie officine specializzate. Nel corso del XVI e XVII secolo, con la nascita di un primo tentativo di organizzazione industriale, il settore ebbe un’importanza strategica nell’industrializzazione europea. L’attività produttiva tessile si è sviluppata in Italia soprattutto al nord ed al centro, con qualche stanziamento importante al sud. Il settore del tessile e abbigliamento dei paesi industrializzati è stato assoggettato sin dal 1960 da accordi e leggi per regolamentare le dinamiche di mercato. Nel 1974 Comunità Europea, Stati Uniti, Canada ed altri paesi, hanno sottoscritto l’Accordo Multifibre, che imponeva restrizioni quantitative alle importazioni del settore di alcuni paesi in fase di industrializzazione. Nel 1995 l’ATC, l’Accordo sul tessile e l’abbigliamento, ha avuto come obiettivo principale l’eliminazione dei vincoli quantitativi alle importazioni. Il 1° gennaio 2005, il settore è stato, invece, assoggettato integralmente alle regole del General Agreement on Tariffs and Trade (GATT). Ciò ha determinato l’abolizione delle quote che, per circa quarant’anni, hanno limitato le esportazioni da parte di molti paesi in via di sviluppo. Negli ultimi anni sono nati anche dei musei dedicati. A Napoli, nell’Istituto Mondragone esiste, infatti, una collezione di ricami del XVII e XVIII secolo, merletti e pizzi, espressione dell’arte della seta introdotta in città intorno all’anno Mille.

 

 

 

 

 

 

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