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E’ una profanazione, è come togliere la poesia al monte, scrisse Nicola Lazzaro, inviato speciale della Illustrazione Italiana all’apertura della Funicolare del Vesuvio, il 6 maggio 1880. Molti la pensavano come lui e non ci fu fila ai botteghini. Sarà stata la paura del nuovo o della furia del vulcano, sarà stata la pura superstizione, ma per qualche tempo i due vagoncini che risalivano le pendici viola del vulcano - il Vesuvio e l’Etna, ansimanti lungo tre rotaie, la più grande al centro – rimasero tristemente vuoti. Urgeva reagire, E poiché oltre a fare e a saper fare bisogna far sapere - lo slogan della Tess - il finanziere ungherese Ernesto Emanuele Oblieght, ideatore del progetto, affidò la campagna di propaganda a due autori di accertato valore: il giornalista napoletano Peppino Turco e il compositore stabiese Luigi Denza, uno che dava lezioni di musica ai figli della regina d’Inghilterra. Ne venne fuori una canzone per la Piedigrotta 1880, Funiculì funiculà: ‘Aissera, Nanninè, me ne sagliette tu saje addò? Addò sto core grato cchiù dispiette farme nun po.. Addò llo fuoco coce ma si fuie te lassa sta. e non te corre apprisse, nun te struje sulo a guardà. Jammo, ncoppa jammo jà… Funiculì funiculà…’ Versi trascinanti, pur se con qualche esagerazione: se è vero che da lassù puoi vedere Procida, certo lo sguardo non arriva alla Spagna. La qualità della musica era straordinaria, Richard Strauss la riprese in Aus Italien. Gustav Mahler utilizzò molte note, ai limiti del plagio, nel lied Wo die schoenen trompeten blasen. Funiculì gettò le fondamenta della canzone d’arte napoletana, su cui Di Giacomo costruì un ciclo; ma questo è un altro discorso. Più attuali i risvolti economici. In un anno, dice la tradizione, si vendettero un milione di copielle della canzone e la casse della milanese Casa Ricordi ne ricavarono alti introiti. Buoni affari pure per la Funicolare. Funzionò. E tuttavia i problemi non finirono. Oblieght già versava agli amministratori locali 9.000 lire annue più 150 per ogni passeggero trasportato. Stanco e dissanguato, cedette l’impresa alla Societé Anonyme du chemin de fer Funiculaire du Vésuve (1886) che a sua volta presto andò in crisi e per 170.000 lire passò l’impresa alla compagnia Thomas Cook and Son (1888). Altri guai. Le avide guide locali incendiarono una stazione, gettarono una carrozza in un dirupo, tagliarono i cavi. Si giunse a un accordo, ma nel 1906 il Vesuvio s’ingrifò e seppellì la struttura sotto la cenere. L’opera di ricostruzione si concluse nel 1909, due anni dopo una nuova eruzione distrusse ciò che era stato aggiustato. Un altro anno per riaggiustarla e finalmente la quiete. Mutamenti di ragione sociale intervennero fino al 1944, anno dell’ultima colata. La funicolare non fu ricostruita e nel 1955 cessò del tutto l’attività; funzionò invece na seggiovia, anch’essa oramai ferma dal 1984. Adesso la ferrovia a cremagliera sta tornando. La Nuova ferrovia del Parco nazionale del Vesuvio avrà base nella così detta ‘stazione di Cook’. Tre carrozze rosse si muoveranno pure di notte, lasciando sulla parete vulcanica una scia rossa simile a lava, visibile a distanza: il progresso, le nuove tecnologie, provano a esorcizzare il timore per la Montagna. La storia si ripete, 130 anni dopo, ma con evidenti differenze. Innanzitutto l’avventura è tutta italiana e l’idea è armoniosa. Ognuna della cinque stazioni sarà una porta aperta sulle attrattive del Vesuvio, tante e diverse tra loro. Sono previsti un albergo, un museo, un bar-ristorante, percorsi perdonali e per bici, impianti per disabili, belvedere, aree per picnic e quant’altro. Tutto bene, in teoria. Resta da passare alla pratica, vale a dire che la Funicolare del Terzo Millennio dovrà servire da richiamo turistico internazionale, ma soprattutto da motore di sviluppo. C’è da trovare l’equilibrio fra pubblico e privato, fare del Vesuvio il polo d’attrazione principale dei nuovi flussi di viaggiatori, ma non solo questo. Sviluppo vuol dire che tutto l’indotto industriale e artigianale dell’area – l’enogastronomia, i fiori, il corallo, la pietra lavica e via dicendo - dovrà risultarne potenziato per offrire nuovi posti di lavoro. Insomma, le tre carrozze rosse dirette al cratere scuro non dovranno essere soltanto la nuova ‘cartolina di Napoli’. E una canzone, sia pure bella come Funiculì funiculà, non basterà. Però le possibilità di centrare l’obiettivo sono molte, a patto che il circolo di iniziative sia davvero virtuoso e controllato da un’affidabile cabina di regia; a patto che si accetti il rischio insito in ogni impresa, senza aspettare la solita pioggia di danaro dello Stato, che poi finisce e lascia il deserto.







