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‘Terno secco al Vesuvio’. E se lo sfruttamento virtuoso dell’area vulcanica fosse per davvero una grande scommessa per mutare i destini delle popolazioni locali? Se lo chiesero nel 2006 due studiosi, Vincenzo De Novellis e Gennaro Di Donna, pubblicando un’interessante ricerca scientifica che coniugava l’analisi rigorosa della questione con un pizzico di immancabile ironia partenopea. Nel volume dall’accattivante e originale titolo (‘Terno secco al Vesuvio, un’idea per la riduzione del rischio vulcanico’), gli autori non si ponevano solo l’obiettivo di avanzare proposte su cosa fare per risolvere il grave problema della sicurezza, ma anche quello di coinvolgere i cittadini. Perché questo obiettivo possa realizzarsi, secondo De Novellis e Di Donna, era ed è necessario che la comunità scientifica si faccia carico di trasmettere alle popolazioni esposte le conoscenze minime sul funzionamento dei vulcani e sui sistemi di monitoraggio per cogliere i segnali premonitori di un’eruzione. Gli autori sviluppavano un ragionamento partendo dall’ affermazione che il Vesuvio è una straordinaria risorsa sfruttata finora in assoluto contrasto con le sue caratteristiche di vulcano altamente pericoloso. Secondo loro, la soluzione del problema pone le comunità di fronte all’obbligo di gestire correttamente il territorio.
Solo da questa considerazione di fondo può nascere dal basso una proposta consapevole per la soluzione del problema. Quindi per porre fine al florilegio di frasi fatte, di buone intenzioni e di interrogativi, che si rincorrono da almeno una quindicina di anni, occorre passare dall’analisi teorica del problema alla gestione coordinata del territorio, affinché il Vesuvio si trasformi per davvero in un’opportunità di sviluppo, senza dimenticare i rischi correlati alla sua condizione di vulcano dormiente. E qui subentrano scelte di ordine scientifico, urbanistico ed economico: tutte sottese alla visione d’insieme del decisore istituzionale. Una delle questioni purtroppo ancora aperte, dopo i deludenti risultati del progetto ‘Vesuvia’, è la più equilibrata distribuzione degli abitanti dell’area che ridurrebbe il rischio nelle zone più calde del Vesuvio e della caldera flegrea.
Il riequilibrio demografico dovrebbe trovare incentivi nella fiscalità, nella realizzazione di servizi e di trasporti efficienti e a costi vantaggiosi, nella riproposizione di un esodo volontario verso l’interno della regione. Nel contempo, in questa area bisognerebbe insistere (la strategia di Tess è un esempio) su attività produttive poco invasive, come i parchi naturali, i parchi archeologici, i musei all’aperto, i beni ambientali e culturali diffusi, le strutture per il tempo libero, le attività artigianali, i centri tecnologici, l’alta formazione, i centri di ricerca. Uno scenario in grado di conciliare la salvaguardia del patrimonio naturalistico con il mantenimento delle attività imprenditoriali e dei livelli occupazionali.
L’obiettivo a cui tendere, in questo caso, è un modello imprenditoriale eco-compatibile che, godendo dei necessari supporti delle istituzioni, ridisegni e diversifichi i propri ambiti operativi, evolvendo verso nuovi modelli e aprendosi a nuovi mercati. Il tutto, però, non può prescindere dall’attenzione che le amministrazioni locali devono mostrare promuovendo una svolta culturale.
Un dato è certo: in termini di promozione turistica e del’indotto produttivo non è sufficiente avere un patrimonio naturale senza una gestione efficiente e programmata che sappia superare gli interessi particolari e gli egoismi campanilistici. Il ‘Monte Sterminator’ può diventare il nuovo protagonista dell’ offerta turistica regionale. I segnali ci sono. La concessione da parte del Corpo forestale di Stato di circa mille ettari all’Ente Parco, le vie di accesso da Ercolano e Boscotrecase, la rinascita della funicolare faranno della ’muntagna’ la più grande terrazza sul golfo, una vera e propria oasi naturalistica dotata di spazi verdi, attrezzature per il trekking e per il maneggio con punti di ristoro e un patrimonio immobiliare da adibire a centri di aggregazione.
Un’ulteriore spinta potrebbe essere poi assicurata dall.applicazione del Piano di Sviluppo Rurale 2007-2013. Un’altra strada da seguire con decisione sarebbe quella del marketing territoriale. Occorrerebbe discutere sull’opportunità di creare uno specifico marchio d’area. Tra i compiti istituzionali propri di un comprensorio ricco di potenzialità ancora inespresse come questo, infatti, oltre alla conservazione della natura e alla tutela del territorio, c’è soprattutto la promozione dello sviluppo economico locale. Certo, ci si interrogherà sulla funzionalità del marchio d’area come strumento di promozione commerciale del territorio e dei prodotti tipici, tuttavia l’individuazione di un’ “icona identificativa” appare uno strumento moderno e di indubbia efficacia.
Per fare del Vesuvio, in definitiva, una risorsa intorno alla quale far ruotare l’economia locale, nel rispetto dell’identità dei luoghi, e dello sviluppo sostenibile. Un vero ‘terno secco’, insomma…







