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Quasi ad esorcizzarne la pericolosità, quando si ricorda che il Vesuvio è un vulcano attivo, si usano anche espressioni quali ‘il rischio come occasione’ o ‘dal rischio a risorsa’. Realisticamente cambia nulla. Tuttavia anche questo è un modo per ampliare il tipo di riflessioni e di approccio all’aspetto che più di altri caratterizza il Vesuvio. Il Vesuvio fa paura. Più correttamente bisognerebbe dire che dovrebbe far paura perché è tra i vulcani più pericolosi della Terra soprattutto in relazione al fatto che il rischio è tanto più elevato a causa della eccezionale vulnerabilità del territorio: 547.828 abitanti, agricoltura tra le più floride d’Italia, turismo maturo, infrastrutture autostradali, stradali e ferroviarie.
Di fronte a questa innegabile realtà la soluzione non è sfuggirla, ma conoscerla al meglio e ricordare l’insegnamento della storia per trarre lezione dalle cose. Questa può essere un’occasione: se il rischio è legato più che alla remota probabilità di un’eruzione alla vulnerabilità dell’area, il decongestionamento è una prima soluzione al problema. Il Vesuvio viene associato alla distruzione di Pompei, Ercolano e Stabia in seguito all’eruzione del 79 d.C. In questo modo la letteratura, la saggistica, buona parte dell’ immaginario collettivo, associano il Vesuvio con il concetto della distruzione. Si tratta certamente di una visione limitata e legata a parziali quanto efficaci caratterizzazioni del passato anche più recente. Tuttavia vi sono almeno due possibili scenari nei quali muoversi: quello dell’emergenza e quello della programmazione.
La realizzazione del primo o del secondo dipende, evidentemente, dal Vesuvio: se il rischio di cui è causa il vulcano dovesse materializzarsi nel breve periodo lo scenario sarebbe necessariamente quello dell’emergenza e del’evacuazione della popolazione esposta; se il vulcano continuasse ancora a lungo il suo sonno, allora si avrebbe a disposizione il tempo per la programmazione economica e la pianificazione territoriale, ma bisogna metterlo tutto a frutto e da subito. Poiché, come quasi unanimemente sostengono le previsioni dei vulcanologi, è verosimile che il secondo scenario sia quello più realistico, bisogna essere pronti a fronteggiare l’eventuale emergenza, nel modo più soft possibile nel senso di poter lavorare perché la popolazione alleggerisca ‘spontaneamente’ il territorio a rischio del suo carico sproporzionato. Affinché questo avvenga occorre innanzitutto che la popolazione non continui a crescere, ma è assolutamente impossibile impedirglielo con metodi coercitivi.
Vi è invece la possibilità di farlo con ‘incentivi’ economici e urbanistici. Cioè con un piano di assetto del territorio della regione che si proponga di riequilibrare il tradizionale squilibrio demografico ed economico esistente tra costa e interno cominciando con quello che si può definire il ridisegno della significherebbe costituire anche un importante presidio a vantaggio di zone che rischiano di essere perdute e ‘desertificate’. Ma realizzare tutto ciò significa anche attirare popolazione e, cioé ottenere l’altro risultato strettamente collegato con la realizzazione di questa strategia che è quello di disinnescare progressivamente il rischio vulcanico nell’area vesuviana. Insomma, tirando le fila di questo discorso: circa 550.000 persone, tendenzialmente in calo ma sempre troppe, vivono in comuni fortemente esposti al rischio di una esplosione del Vesuvio; se il fenomeno dovesse verificarsi nel breve periodo non esiste alternativa alla evacuazione della popolazione, secondo le linee indicate dal Piano della Protezione Civile, nei comuni con essi ‘gemellati’.
Ma se lo stato di quiescenza del Vesuvio durerà ancora a lungo, è realistico proporsi di approfittarne per cercare e trovare all’interno della Campania luoghi non provvisori e d’emergenza, ma destinazioni definitive per una parte numericamente rilevante della popolazione vesuviana esposta al rischio.
* Presidente Parco Nazionale del Vesuvio







