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Città Vesuviana: un’idea complicata da realizzare e tuttavia obbligatoria. Per troppo tempo egoismi di campanile e interessi di parte hanno frenato il processo, ma ora si registrano segnali positivi, ultimo - in ordine di tempo - il protocollo di intesa sul turismo culturale e scientifico nell’area, firmato dai rappresentanti di nove municipi e teso all’istituzione di un’”Unione dei Comuni Vesuviani”. Per uno dei paradossi della storia, la crisi globale, con l’urgenza di reazione che provoca, può dare un’accelerata sulla pista giusta. Da decenni i più avvertiti studiosi tentano di spiegare l’ovvio: i destini delle comunità all’ombra del vulcano sono strettamente collegati. Se quell’incrocio di quella città crea eterni ingorghi, è anche il traffico dei luoghi confinanti a risentirne. Se si scaricano veleni nella terra, nell’aria e nel mare, saranno tutti i vicini a stare male. Se la struttura del trasporto pubblico non segue un disegno armonico, pure i centri ben collegati con la città avranno ricadute negative. All’apposto, se una singola iniziativa economica funziona, se uno scavo o un monumento hanno un forte richiamo, questi vantaggi scemeranno se c’è tutt’attorno c’è il deserto. Ciò che serve, insomma, è un circuito virtuoso all’interno di un’alleanza ben definita.
I patti territoriali, gli accordi di programma, soprattutto gli enti di sviluppo come la Tess, hanno impresso la prima svolta. Ma non basta. Resta aperto il problema di quella che gli esperti chiamano governance: chi decide che, e come, e quando. I tavoli di lavoro, lo scambio dei documenti per arrivare a patti condivisi, i comitati tecnici vanno benissimo, ma poi va assegnata una prima gestione delle scelte che i singoli amministratori saranno tenuti ad applicare. Altrimenti si ricadrà negli errori che costellano le cronache amare del Sud: fondi a pioggia sperperati in mille inutili rivoli, sagre insignificanti spacciate per grandi richiami turistici, progetti interrotti e mai completati, consulenti ed esperti di tutto e niente a proliferare prosperi. Una regia competente, in grado di convincere e di raccordare le varie volontà nell’interesse comune è più che urgente. La decisione di partire dal turismo è ottima, però a patto che esso sia un volano di sviluppo complessivo, stimolo per l’occupazione, antidoto alla malavita, richiamo per l’investimento di risorse dei privati e per il contributo di associazione realmente senza fini di lurco. E in verità a leggere il documento finale si trovano indizi di una strategia più ampia e ben delineata. Non vi si parla, infatti, solo di scavi archeologici, di palazzi reali, di ville del Settecento, di musei, di basiliche, di acque termali, di panorami di azzurro e di verde. Vi si parla anche di sapori e di saperi, della Fondazione Portici Campus per la scienza, di cantieri navali, di corallo, ceramica e pietra lavica, di floricoltura, di telematica e punti di informazione. Una piccola formula è preziosa: “turismi trasversali”. Un’altra è indicativa di una tendenza che asseconda le mode però nello stesso tempo tenta di mettere a frutto le enormi potenzialità del territorio: “grandi eventi culturali di richiamo”. C’è l’imbarazzo della scelta e quindi nella scelta non ci si può permettere di sbagliare. Il centro del programma resta il Vesuvio, minaccia (e questo è un eccellente argomento per pretendere corali obiettivi) e insieme risorsa unica, calamita di fascino, montagna da godere e da studiare. In un saggio del 2002, Aldo Vella e Filippo Barbera, tra i più convinti sostenitori della Città Vesuviana, indicano l’urgenza di nuovi modi di leggere il territorio, con lo smantellamento della stantia divisione delle disciplina scientifiche. E’ l’invito a nuovi studi da incoraggiare - chi ignora il passato in futuro cadrà negli errori di ieri - e a una massiccia operazione di recupero dei beni degradati, di ripristino dell’equilibrio fra l’uomo e l’ambiente. Leo Longanesi, beffardo, sosteneva che l’Italia alla manutenzione preferisce l’inaugurazione, ed è l’ora di invertire la tendenza, ora e qui; è l’ora di stroncare la vocazione all’aggiramento delle leggi, agli abusi. Uno studio a vasto raggio condotto da professori e studenti universitari di Napoli e Milano va nella stessa direzione e individua la precarietà come carattere distintivo della Città Vesuviana. Un problema, concludono, ma pure un’attitudine e una risorsa, giacché i miglioramenti possono essere favoriti dalla flessibilità che alla precarietà corre parallela. Siamo nel mezzo di un cantiere di cui forse è difficile perfino scrutare i confini. Però si intravede, nitida, la voglia di provarci. Tocca a chi ne ha responsabilità l’obbligo di tenere in mano il catalogo degli errori, per evitarlo. E ci si aspetta la chiarezza del nero su bianco: faremo questo e quello, perché è giusto e perché ci conviene.






