di Pietro Gargano - 18 Marzo 2009

Quando il pianeta svoltò il millennio, i futurologi tracciarono scenari nuovi per i tempi grami a venire. Ad esempio, si immaginarono sequenze di orti alle porte delle metropoli sempre più verticali, affinché i cittadini potessero trovare diretto alimento per le tavole e qualche oasi in mezzo all’aria inquinata. A volte il passato è l’unico rimedio ai guasti del presente. Ebbene, nella crisi globale che prosciuga la Borse e toglie zeri all’economia reale, c’è, almeno in Italia, un settore in controtendenza, ed è proprio quello dell’agricoltura: nel 2008 si è registrata una crescita del valore aggiunto del 2,4 per cento contro una calata dell’1 per cento del prodotto interno lordo. Può essere una indicazione strategica?
Nei tavoli anticrisi di recente promossi dalla Tess a proposito della Costa Vesuviana è emerso un ventaglio di proposte. Registrati la moria di attività commerciali, il calo dei consumi, l’aumento della disoccupazione parallelo alle crescenti richieste di sussidi ai servizi pubblici, l’avanzare della microcriminalità, l’incalzare dell’emigrazione dei giovani diplomati o laureati, sono stati individuati tre punti d’intervento per la possibile ripresa: floricoltura, turismo e attività tradizionali. Tutto giusto, tutto da perseguire. Però forse non a caso al primo posto è la floricoltura. E allora perché, nell’area sotto il vulcano, non farne il perno di un progetto più ampio, centrato sulle immediate risorse della terra?
Anche nelle cifre comunali - vedi ad esempio quelle di Ercolano - la floricoltura è uno dei reparti che ha meno risentito della crisi. Purtroppo è pure quello che “registra la maggiore frammentarietà imprenditoriale e difficoltà a creare significativi volumi di reddito”. I punti di attacco sono questi, gli antidoti sono un consorzio e un centro commerciale naturale. A patto che tuttò ciò avvenga in sinergia, al di là degli egoismi municipali. A patto che ai fiori vadano aggiunte - in un disegno armonioso - le opere di bene perseguibili attraverso altri prodotti, come quelli dell’ortofrutta e della cantina.
La partita evidentemente si gioca su più tavoli, a partire da quelli europei. Oggi l’Ue fa poco e male, elemosina i sussidi per l’export, spreca risorse. Si è appiattita sulle regole del mercato globalizzato. Ora quelle regole deve mettere in discussione. Di più: deve sfruttarle solo quando esse rappresentano un’occasione per i produttori più piccoli, per una volta favoriti dai rincari dei prezzi. Ciò non toglie che resti decisiva l’iniziativa locale. E’ la possibile applicazione dell’oramai famosa ricetta di Rifkin: alla globalizzazione, al dominio di pochi sugli interessi di tutti, si può reagire portando al massimo le culture dei luoghi, in questo caso anche le colture. Intendiamoci, qui non si tratta ovviamente di diventare un popolo di contadini. Si tratta invece, oltre che di valorizzare in sè un’agricoltura di tradizioni millenarie, di inglobarla in un progetto più ampio esaltando tutti i riflessi positivi possibili: così si attira anche il turista. Ogni metro di terra destinato a produrre colori e sapori è un metro sottratto ai veleni e alla mai doma speculazione edilizia. Di riflesso, è una garanzia in più di sicurezza perché sottrae spazi di azione alle mafie.
Un paio di millenni fa l’agro vesuviano era celebrato da Virgilio per la fertilità. Il cavolo e la cipolla di Pompei erano elogiati da Columella. Catone trovava unici per sapore i fichi di Ercolano. I vini viaggiavano verso lontane sponde, come provano le anfore pompeiane ritrovate in Gran Bretagna, in Francia, Spagna, Africa, addirittura in India. Poi l’uomo moderno, il peggiore della specie, ha compiuto imperdonabili misfatti, ha sepolto le sue ricchezze sotto i palazzi, ne ha distrutte tante. Eppure - ed è un prodigio - la terra che resta è generosa come poche e i suoi frutti sono tuttora prelibati. Merito del vulcano e delle sue scorie.  I fiori, certo, dai magnifici garofani alle rare orchidee selvagge mai sfruttate nel commercio. Ma c’è tanto di più. Il vino qui vuol dire Lacrima Christi, ma non solo. C’è quello marchiato Vesuvio, il bianco ricavato dalla coda di volpe, il rosso dalpiedirosso. E i nettari della catalanesca, l’Igt Pompeiano, il Gragnano e il Lettere sposi della pizza e del ragù. I buoni produttori non mancano; la Tess sviluppa il progetto “Le vie del vino”, da Trecase alla via Panoramica alle pendici del Vesuvio, con cantina sociale.
E il piennolo, il pomodoro sposo della pizza, di tutta la pasta orgoglio di Gragnano e in generale dell’area torrese e stabiese. I biscotti. E la frutta, a principiare dalla dolce albicocca ovvero cressomola: frutto d’oro. Gli ortaggi. Il miele e altre meraviglie. Insomma, il domani non può prescindere da un’autentica filiera del fiore e dell’enogastronomia.  La strada da percorrere non è facile, e tuttavia i progetti in corso non mancano, come il centro servizi sul florovivaismo a Torre del Greco. il Polo del Gusto a Pompei, il Polo della Pasta a Gragnano. Sono tutti della Tess a dimostrare che un ente di sviluppo può funzionare più di istituzioni cristallizzate. C’è dunque urgenza di far crescere, culturalmente, l’idea di “città vesuviana”. Per farlo, bisogna conciliare diverse aspettative, raccordare le specificità di zone non direttamente contigue - pensate ai due parchi, quello del Vesuvio e quello dei Monti Lattari - ma si può. Anche perché non manca il sostegno della scienza. A Portici la facoltà di Agraria e gli istituti collegati hanno reso migliore l’agricoltura di mezzo mondo, sarebbero felici di farlo alla loro stessa ombra.

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