di Ugo Leone - 18 Marzo 2009

Come si nota ricorrentemente dire quando si parla di Parco Nazionale del Vesuvio , si tratta di un Parco istituito  in una zona particolarmente difficile, fortemente appetita per l’insieme di straordinarie bellezze naturali, e, in quanto tale, massacrata da un uso fortemente privatistico e insostenibile dell’area. È un parco che, esempio unico sulla Terra, si estende al centro di un’area fortemente urbanizzata e densamente popolata ai piedi di un vulcano tra i più pericolosi e temuti, ma anche studiati, amati e visitati.
In questo contesto, evidentemente, la gestione dell’area protetta è particolarmente delicata perché, nel rispetto della legge che ha istituito il parco e mette al primo posto la salvaguardia della natura e della sua biodiversità,  tutela deve associarsi non solo con  sviluppo e promozione, ma anche con recupero. Questi sono i tre compiti del virtuale “laboratorio sostenibilità” del Parco nazionale del Vesuvio e sono intimamente collegati. Recupero significa essenzialmente bonifica nel senso più ampio del termine: fisico e sociale. Fisico per riparare i danni delle ferite inferte al territorio (discariche e abusivismo edilizio); sociale per recuperare, come già significativamente avvenuto, i beni confiscati alla camorra. Su un territorio così recuperato alla legalità dei comportamenti possono realizzarsi gli altri compiti di cui dicevo che sono ulteriormente inquadrabili in tre filoni: biodiversità naturale, biodiversità culturale, geodiversità.
È sulla riproponibilità nel tempo di questo patrimonio di  “diversità” che si realizza quel laboratorio di cui dicevo cioè nella rigorosa tutela dei valori naturalistici; nella parimente rigorosa riscoperta delle radici identitarie (produzioni agricole e artigianali, eno-gastronomia, feste e tradizioni…); nella conoscenza del patrimonio geologico (il parco è anche un geo-parco). Se poi si considera che il Parco è istituito a tutela non di una montagna qualunque, ma di un vulcano attivo, il quadro si completa e l’aspetto della pericolosità e della vulnerabilità dell’area, dà al Parco un altro ruolo che va opportunamente sottolineato. Si tratta della possibilità di utilizzare lo strumento della protezione non solo per la natura e le sue specie animali, vegetali e inanimate, ma anche per gli esseri umani che vi vivono e che, ancor più numerosi, vivono in aree contigue. Tutti i parchi, il Vesuvio tra questi, si basano su un insieme di vincoli generalmente sopportati con fastidio dalla popolazione che ritiene di subirne le conseguenze. Ma c’è un vincolo a non fare, nel caso specifico a non costruire in area protetta, che qui deve essere rigorosamente rispettato ed enfatizzato. Infatti è l’eccezionale proliferazione di costruzioni, concentrato soprattutto negli ultimi cinquant’anni, che dà aspetti di allarmante pericolosità alla vulnerabilità dell’area. Dunque questo vincolo a non fare dovrebbe essere accolto dai cittadini come uno strumento di protezione civile non a difesa della natura, ma degli esseri umani.  Comunque, poiché un Parco non è solo vincoli ma anche opportunità, la possibilità di trasformarle in occasioni di sviluppo è la carta vincente per ottenere nella gestione del Parco anche il consenso dei cittadini. Uno strumento importante per realizzare questo obiettivo sta nel  recupero e nel rilancio di un’identità che nel tempo si è andata stemperando quando non perdendo. E che è costituita dal grande patrimonio di storia e di tradizioni culturali intendendo tra queste anche folklore ed enogastronomia che deve essere compito fra i primari del Parco recuperare e rilanciare. È questo che si intende dire quando si considerano il Parco e i suoi vincoli come opportunità e quando si dice che la protezione della natura è di importanza pari a quella degli esseri umani che vivono nell’area.

*Presidente Ente Parco del Vesuvio

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