di Domenico Maria - 18 Marzo 2009

Intervista all’onorevole  Alfredo Riechlin

Onorevole Riechlin, sembra che il dibattito sul Mezzogiorno stia ripartendo anche grazie al contributo di studiosi come Nicola Rossi e Gianfranco Viesti che, seppure con posizioni opposte, affrontano la questione delle risorse destinate al Sud e di come siano state investite.

 

 E’ giusto che si guardi agli aspetti economici, ma in questo particolare momento storico è troppo riduttivo parlare soltanto di “soldi” e solo di Sud: in 150 anni di storia unitaria la questione meridionale non è stata risolta anche quando, al momento dell’unità d’Italia, il reddito medio italiano era ben otto volte inferiore a quello attuale! D’accordo, non bisogna sguarnire il fronte della lotta affinché non vengano sottratte risorse al Sud, ma oggi, più che discutere se condividere l’impostazione di Fabrizio Barca o la posizione di Rossi o di Viesti, dovremmo attrezzarci per poter capire i grandi mutamenti della struttura del mondo, delle categorie mentali, della vita stessa delle persone, il rapporto con la cultura, il modo stesso di concepire l’economia, il concetto di produttività o competitività… Questa grande operazione deve essere fatta qui nel Mezzogiorno: il pensiero meridionalista è stato grande  non perché ha guardato al Sud, ma perché dal Mezzogiorno e da Napoli ha pensato all’Italia.

Allora, da autorevole meridionalista, come vede l’Italia dal Sud?

 Mentre parliamo di risorse, non dobbiamo assolutamente perdere di vista ciò che di ancora più grave sta succedendo nel frattempo nel nostro Paese, ossia la enorme concentrazione di potere mediatico, culturale, politico ed economico in cui il peso del Mezzogiorno è nullo e a cui anche la sinistra sembra non essere in grado di contrapporsi. Inoltre, le forze politiche che registrano la maggiore crescita di consensi sono la Lega e Di Pietro, ossia due raggruppamenti spiccatamente populisti che rappresentano il segnale più evidente della crisi dell’Italia come nazione: il problema storico-politico non è tanto nella misurazione del divario dei PIL tra Nord e Sud quanto nel fatto che l’Italia è nata come paese duale e resta duale con il rischio di rafforzare un dualismo di tipo belga, ossia di due entità che stanno insieme per convenienza senza nemmeno parlarsi: l’antimeridionalismo che prende piede al Nord è radicato e trasversale, includendo anche pezzi della sinistra.

Come uscirà l’Italia e il Mezzogiorno dall’attuale crisi?

Non lo sappiamo, ma l’unica certezza è che il Mezzogiorno, l’Italia e il mondo usciranno diversi. Oggi non è più pensabile una economia basata esclusivamente sul consumo affluente: già negli USA Obama sta tentando una svolta di tipo ambientalista per l’economia americana contro le oligarchie di Wall Street. La sfida del Mezzogiorno sta proprio nella capacità di avere immaginazione politica, di avere una classe politica e intellettuale che sappia leggere i processi e ridisegnare il ruolo dell’Italia nell’Europa e nel Mediterraneo dove il Sud può giocare un ruolo strategico. Altrimenti, finiremo per essere indicati come “gli ultimi moicani” che parlano solo di quattro soldi.

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