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Infrastrutture servizi sicurezza sanità viabilità:questa,più o meno,è la nomenclatura usata (e abusata )nei discorsi programmatici dei politici; con maggiore intensità e calore,ovviamente,nell’imminenza di scadenze elettorali. La preoccupazione di tutti quelli che ambiscono alla” poltrona”, dovunque si collochino, sembra essere quella di “ interpretare i bisogni della gente e corrispondere ad essi,in nome di uno sviluppo sociale che qualsiasi democrazia, veramente consolidata, dovrebbe garantire ecc. ecc. ( o bla…bla..bla..)”. Il virgolettato, senza presunzione di dogmatcità, può considerarsi un plausibile standard medio dei programmi di ogni politico, su cui mette conto fare qualche modesta riflessione. Su quel che c’è, innanzitutto. Interpretrare i bisogni. Nell’accezione più corrente, può significare” cogliere i segni, ancora latenti e renderli esplici- ti”; o ancora, “ farsi mediatore fra il potere e il pubblico “; o, nel senso più teatrale, “ assumere un ruolo per veicolare un messaggio”. Nella prima accezione è implicito un concetto di intelligenza ( intus legere, leggere dentro ) che,nella fattispecie della nostra analisi, è una sovrastruttura, in quanto i bisogni sono così evidenti che basta sapere ( o volere?) leggere, per coglierli nella loro totalità e, spesso, drammaticità. La seconda accezione non può riferirsi all’oggetto del nostro ragionamento perché chi media “ è” il potere, e non sta “fra” il potere e il pubblico. La terza accezione ci pare la più idonea, in quanto più che il contenuto( i bisogni), conta la forma ( l’interpretazione del ruolo) e l’impressione che l’interprete di questa parte riesce ad esercitare sul pubblico, in forza delle sua capacità suasorie e coinvolgenti. Ne consegue che l’interpretazione dei bisogni non è altro che la confezione di un messaggio abilmente elaborato cui non sempre fa seguito la soddisfazione di quei bisogni stessi, una volta finito “lo spettacolo” della contesa elettorale. Di qui il malcontento del pubblico che si ritiene ingannato. Sviluppo sociale. Basta scorrere il programma di qualsiasi partito politico per capire che, seppure con modalità e intendimenti diversi, tutti si affannano a garantire : posti di lavoro-spazi verdi-riduzione delle tasse-incremento della produzione-assistenza agli anziani-panchine e parchi-sanità efficiente- trasparenza negli appalti- lotta alla criminalità-migliore e più agile funzionamento della macchina burocratica ecc. ecc, ( o bla…bla..bla..). Intenzioni lodevoli,per carità! Che, se pure fossero tutte attuate, darebbero vita ad uno sviluppo necessario, ma non sufficiente. E qui occorre parlare di quello che non c’è. Che, in una sola espressione, può dirsi “ sviluppo culturale”. Discipline moderne come la sociologia e l’antropologia, si sono appropriate del termine “cultura”,generando spesso una disidentificazione della stessa, genericamente intesa come la somma dei comportamenti dell’uomo nel contesto di organizzazioni sociali, più o meno avanzate,in una onnicomprensiva valutazione delle cose che pensa, progetta, produce e delle modalità espressive e rituali con cui manifesta la sua evoluzione, l’essere in linea, o meno, con le sue tradizioni, il rapporto con le nuove tecnologie e quant’altro. Nulla di nuovo,peraltro, se si considera la chiara proposizione di Antonio Gramsci “ Tutti gli uomini sono intellettuali”. Il problema sorge nel momento in cui i bisogni, cui la politica dovrebbe dare risposte, vengono intesi solo nel senso materiale e, per così dire,fisico, senza attribuire valore e rilevanza sociale a quelli-perché no?- spirituali che ineriscono la sfera dell’arte, della conoscenza, della riflessione sui grandi temi dell’esistenza, della storia e del pensiero. Quasi che tali bisogni fossero insignificanti o, se si vuole, poco proficui dal punto di vista politico e propagandistico. Nessuno può negare l’importanza di una “qualità della vita” migliore per tutti,che è il vero nucleo della democrazia, ma è pensabile una vita veramente di qualità, senza il teatro, il cinema, i musei, o, se presenti, relegati a mere occasioni di consumo, ipocriti riti mondani, vetrine e passerelle del leader di turno? Uno sviluppo, veramente culturale, ha, come destinatario, l’individuo nella complessità del suo essere e i gruppi sociali nella varietà delle loro articolazioni. Di qui la necessità, starei per dire il dovere, di incentivare e promuovere tutte le attività , gli spazi, le occasioni per fornire agli individui un servizio che non è solo sociale, o politico, ma è soprattutto umano. Dovrebbe essere avvertito questo “ bisogno” a maggior ragione dalle nostre parti che, come spesso ci si compiace di dire sono “un museo a cielo aperto”, tenuto conto della quantità e della qualità di siti archeologici, storici, artistici e della vivezza di una tradizione, non del tutto ancora esplorata e “ sfruttata”. Che senso ha continuare le consuete geremiadi sui guasti che producono i mass-media, sulla solitudine che affligge davanti a un computer, sui rischi e sui veleni della nuove tecnologie della comunicazione, quando si hanno a portata di mano gli antidoti giusti, e non si sa ( o non si vuole? ) utilizzarli? E se accanto alla panchina e al parco verde mettessimo un teatro? Un museo, accanto ai palazzetti dello sport? Un auditorium, nei pressi di qualche discoteca? Se si cominciasse a parlare non solo di edilizia popolare o scolastica, ma anche di edilizia culturale? Ma ci sono delle priorità !-, obietterà qualche dissenziente. Se è così, allora, parafrasando il grande Gramsci, ci troviamo a vivere in un mondo in cui “tutte le panchine sono intellettuali”. ET DE HOC SATIS ( traduzione per chi sta sulle panchine: ho detto tutto .cfr. PEPPINO DE FILIPPO nel film: TOTO’,PEPPINO E LA MALAFEMMENA)






