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Uno dei temi più frequentati dall’economia della cultura e dalla statistica nazionale ed europea, è quello della individuazione delle attività che dovrebbero comporre il settore culturale, i confini identitari di un insieme composito e disomogeneo sul quale persiste un dibattito volto a includere questa o quella attività, a seconda del prevalere di uno specifico interesse di parte, di una amministrazione o di uno stato. Tale esercizio diventa particolarmente complicato quando l’oggetto del contendere coinvolge il variegato settore degli eventi: le feste patronali, le ricorrenze storiche, il folklore, le fiere, le sagre, i mercatini dell’artigianato artistico, le mostre mercato, sino a considerare gli eventi culturali veri e propri, come le attività espositive temporanee e lo spettacolo dal vivo, soprattutto quella componente artisticamente più marginale come i circhi, il teatro di strada e le bande musicali. Un conto certamente incompleto elaborato da TESS nei 16 comuni di competenza riporta almeno 88 eventi l’anno, di cui 52 nei soli mesi di luglio, agosto e settembre. Attribuire a questa affollata e indefinita congerie di attività la caratteristica culturale, con tutto quello che consegue in termini di tutela e di valorizzazione, appare spesso un esercizio inutile e persino dannoso. Anche se il problema meriterebbe una più ampia argomentazione, la questione degli eventi pone alcune peculiarità di tipo sistemico. La prima deriva direttamente dal vasto assortimento che contraddistingue gli eventi: la diffusività sul territorio. Non vi paese che non tenga a questa o a quella manifestazione storica o religiosa, alla quale poi si ricollegano, nello stesso spazio temporale, altri eventi culturali propriamente detti: teatro di prosa, concerti di musica classica e leggera, ecc.. Tali feste, presenti in ogni contesto territoriale, non sempre, a causa dei noti processi imitativi tra comunità locali, hanno mantenuto le caratteristiche originali. Una seconda caratteristica è la brevità temporale degli eventi, che in genere non superano uno o al massimo due giorni l’anno. A parte iniziative ripetute più volte nell’anno, gli eventi si consumano velocemente, lasciando ben poco dietro di sé, se non per alcune conseguenze indirette sopravalutate dagli stessi responsabili pubblici: il passa parola, il breve richiamo sui giornali o sulle televisioni. Il marketing dell’evento tende ad essere considerato il prodotto principale, più dell’evento stesso, in un periodo dove le iniziative si affastellano rumorosamente, peraltro concentrate in pochi mesi. Una promozione che nella stragrande maggioranza dei casi è di poca utilità, poiché quelle poche risorse pubbliche che residuano dopo gli eventi non consentono la fruizione del territorio nel resto dell’anno: teatri, musei, aree archeologiche, biblioteche, rimangono chiusi o aperti poche ore la settimana.
Una terza peculiarità è il frazionamento degli enti gestori, sempre che abbiano una qualche forma organizzativa. E frequente osservare che le iniziative sono organizzate da un soggetto, in forma individuale, d’associazione o d’impresa, che lavora esclusivamente a quel singolo evento. Quando l’iniziativa espressione della collettività locale, il livello di auto-organizzazione resta alto. Dove le forme organizzative sono informali e nelle realtà per le quali esiste un concreto sostegno culturale e sociale da parte della collettività locale, di solito l’evento è garantito da un ammontare significativo di volontariato, che se fosse possibile valutarne il valore monetario, supererebbe considerevolmente le risorse finanziarie messe a disposizione dall’ente locale. Tanto più elevato il lavoro volontario, si potrebbe sostenere, quanto più significativo potrebbe risultare il valore sociale e culturale associabile all’evento.
Sarebbe inoltre indispensabile, in tale processo di scelta, distinguere chiaramente tra gli eventi quelli che hanno finalità di mercato (mostre-mercato, esposizione di attività artigianali, fiere antiquarie, ecc.), da quelli che non ce l’hanno e non possono averlo se non parzialmente (mostre, attività di spettacolo dal vivo, folklore, ricorrenze storiche e religiose). I primi non possono avere caratteristica culturale e comunque anche in una sua eventuale presenza, possono essere realizzati senza specifici aiuti pubblici (è il caso dell’industria culturale). In questa distinzione, è bene chiarire che interessa, nella scelta degli eventi culturali, quelli che producono pochi rendimenti di mercato diretti dalle attività, mentre ammissibile, ed anzi auspicabile, che ne producano di tipo indiretto (ad esempio, gli effetti prodotti sul turismo da parte dei fruitori). Molti enti locali si lamentano della scarsa imprenditorialità e della relativa incapacità gestionale dei soggetti chiamati a gestire gli eventi. A questo problema è difficile dare risposte valide per tutti i casi. Diverso, invece, il problema della messa a sistema dello spettacolo dal vivo. Spesso le ricorrenze storiche e/o folkloristiche diventano occasione per organizzare a latere festival ed iniziative di spettacolo di sostegno all’evento principale, ma la commistione tra eventi culturali immateriali di tipo diverso, non deve confondere il problema delle rispettive organizzazioni gestionali, più popolari e auto-organizzata quelle degli eventi, specializzata, imprenditoriale e moderna quella dello spettacolo dal vivo. Nel campo dello spettacolo dal vivo esistono esperienze significative e sperimentazioni da tempo già avviate, che forniscono modelli gestionali avanzati per area vasta, che accomunino le risorse culturali (teatri, ad esempio) per garantire sia una programmazione delle attività di qualità, sia un organizzazione efficiente degli eventi. Nell’area TESS possibile trovare soluzioni gestionali moderne per il sistema teatrale locale, in considerazione dell’esistenza di condizioni che potrebbero auspicarla: una estesa area urbana ed una popolazione con oltre 500 mila abitanti. In questo caso, è possibile produrre politiche culturali a sfondo sociale, rivitalizzando le aree del territorio degradate, programmando e finanziando in forma organizzata la rete dello spettacolo, cercando sinergie e collegamenti con quella delle scuole e dei servizi di cittadinanza.
* Esperto di Economia della Cultura






