di Domenico Maria - 18 Gennaio 2009

Pur se l’ambiente fa immaginare una presenza secolare di un mercato degli abiti usati a Pugliano, il mercato di Resina ha “solo” sessant’anni, densi di storie e fascino. Tutto iniziò subito dopo la guerra quando i camion militari americani da e verso Napoli attraversavano corso Ercolano e Via Pugliano: durante la sosta al passaggio a livello della Circumvesuviana, avvenivano piccoli furti o vere e prioprie contrattazioni per la tela dei paracadute in disuso e le vecchie divise: da lì si portavano nei cortili dei palazzi di Pugliano e nascevano reggiseni, panciere, mutande, corsetti e maglie intime che, nel dopoguerra, costituivano preziosi beni di prima necessità. Inseguendo le vie dell’approvvigionamento fino in America, si giunse a creare rapporti stabili e centri di raccolta in loco da cui far confluire gli abiti usati a Pugliano per la selezione, la trasformazione e la vendita. Con la contestazione, i figli dei fiori e la new age Resina visse il suo momento d’oro, accogliendo stilisti e registi e facendo da set a diversi film: Sergio Zavoli vi girò un interessante film-documentario nel 1964; per un po’ si parlò di moda Pugliano al pari di quella di Positano e Capri. Dagli anni Settanta e Ottanta vi è stata una specializzazione per tipologie di capi tra tessile, pelletteria, pellicceria, jeanseria, abiti militari, calzature, accessori e biancheria per la casa, e per stagioni per cui a Capodanno spuntano frac, lustrini e paillettes, a Carnevale abiti religiosi, nuziali, boa, tuniche e parrucche, in estate costumi, teli, borse e sandali, in inverno scarponi e tute da neve. Gli anni dopo il terremoto hanno sconquassato l’economia dell’area e falcidiato le imprese: chi ha potuto, si è strasformato in grossista spostandosi verso la periferia, altri hanno creato un settore di filiera a Prato e solo i dettaglianti sono rimasti a Pugliano in forma di microimpresa familiare. Oggi la vecchia balla che veniva lasciata aperta in strada per la scelta dei compratori dal “muntone di pezze” non c’è o è ridotta a puro folklore, gli abiti sono mirabilmente ricreati dalla maestria dei “sarti” e i pezzi più originali vanno anche a Cinecittà. A fine anni Novanta fallì un progetto di realizzazione di una megastruttura che accogliesse gli operatori sparsi sul territorio e dal 2005 il Comune di Ercolano ha avviato un progetto complessivo di recupero per far fronte al degrado che è ancora forte e tangibile anche se resta intatto il fascino del “made in Resina”.

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