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Resina o Pugliano? Abiti usati o vintage? Degrado o sviluppo? Molteplici sono le chiavi di lettura di una delle aree più affascinanti dell’intera costa vesuviana e, forse, del Meridione. Lungo Via Pugliano si snoda un percorso di colori, odori e suoni forti che lega tradizione e storia della città, degrado sociale e prove di rilancio e che resiste nell’immaginario collettivo campano, e non solo, come luogo di divertente confusione, esperienza nel kitch, occasione d’affare, modo di dire e, addirittura, stato dell’animo.
La confusione appare già nel nome: dicendo Pugliano si fa riferimento al quartiere che prende il nome dalla Basilica di Santa Maria a Pugliano, nato nella seconda metà del Seicento intorno alla nuova strada verso il santuario tracciata sulla colata lavica del 1631. Resina è stato il toponimo della città di Ercolano fino al 1969 ed oggi dà il nome al principale corso cittadino: è utilizzato soprattutto dai non ercolanesi per indicare esclusivamente il mercato di via Pugliano. Ma la vera dicotomia insiste nel continuo oscillare tra sopravvivenza e prospettive di sviluppo concreto da quando, esauritosi il periodo d’oro dei Sessanta e Settanta, l’area ha subito una involuzione economica e sociale, con il drastico ridimensionamento delle attività e degli addetti e il “rifugio” di fasce della popolazione verso le zone grigie e nere dell’economia reale portando alla ribalta storie di droga e di cronaca nera. Se quaranta anni fa vi passavano stilisti e registi, dive e artisti, oggi è visitato da giovani “alternativi”, famiglie numerose e immigrati del’Est europeo; gli abiti selezionati hanno sostituito la tradizionale balla indifferenziata e la domenica – giorno libero delle badanti – ha superato il lunedì e il venerdì – quando si aprivano sulla strada le tradizionali balle di “pezze”– quale giorno di maggiore affluenza. Soprattutto, è cambiata la filiera Pugliano: un tempo gli abiti usati arrivavano al mercato e qui riadattati, trasformati e rivenduti e quasi tutte le famiglie di Pugliano operavano in uno spicchio del settore. Oggi in cima alla filiera vi sono pressappoco quaranta grossisti che hanno lasciato Pugliano sistemandosi nei vecchi capannoni industriali della periferia ercolanese o dei comuni limitrofi (ma anche Maddaloni, Striano, Marcianise); qui raccolgono gli abiti usati provenienti da Nord Europa e America e, dopo una accurata selezione, inviano al mercato di Resina i capi migliori, opportunamente trasformati e riadattati, nei Paesi in via di sviluppo quelli di seconda scelta, a Prato i pezzi invendibili per il riciclo dei tessuti e il resto va al macero. Resina, insomma, resiste ancora per l’unicità dei capi offerti al dettaglio, per la convenienza in tempi di crisi e per quel sapore unico di vintage che oggi è ritornato in voga. Nemici della sua immagine e del suo futuro sono le condizioni di degrado sociale che l’area soffre da circa un ventennio e la diffidenza della maggioranza degli imprenditori locali verso ogni opportunità di emersione, rilancio e di riqualificazione. A tal proposito l’Amministrazione Comunale ha avviato, nell’ambito del programma Urban Herculaneum, il progetto “Resina Tipica” finalizzato al recupero urbanistico dell’area e al rilancio dell’economia del settore attraverso il rafforzamento dell’immagine, la creazione di un marchio, la riqualificazione delle attività e l’inserimento nei circuiti turistici sperando che la strada ideale che passa per Camden Town, Piccadilly, Rastro o Marché Malik possa raggiungere finalmente Resina.






