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Intervista a Davide Pastore (CGIL)
L’analisi del rapporto Svimez evidenzia un massiccio esodo di forza lavoro dal Sud di cui circa la metà è campana; inoltre, a differenza del passato, si tratta di giovani con alti livelli di scolarizzazione. Come spiega questo fenomeno?
Il fenomeno della emigrazione dal Sud Italia rientra in un momento più generale di crisi strutturale e globale che implica una pesante ricaduta anche sull’economia reale. In più, né la Regione Campania, né le imprese hanno attuato una vera e propria politica di investimenti in ricerca: un importante centro di ricerca come l’Elasis del Gruppo Fiat di Pomigliano d’Arco, che potrebbe rappresentare un centro di eccellenza e di attrazione dei cervelli, non attua strategie volte a valorizzare tale eccellenza. Le risorse qualificate, pertanto, non dispongono di uno sbocco naturale e sono costrette, per poter sfruttare la propria professionalità, ad emigrare.
Cosa è stato già fatto e cosa si sta facendo, a suo avviso, in Campania, per arginare il fenomeno?
Un grave problema della Regione Campania è stata la cattiva gestione dei fondi europei e degli FSE. Non solo non c’è stato un impegno totale delle risorse disponibili, ma molti progetti non sono stati definiti. Rispetto a questo argomento esprimo un giudizio particolarmente favorevole su Tess che ha avviato un ragionamento di creazione di indotto per accogliere professionalità più qualificate, pur dovendosi scontrare con una serie di limiti e vincoli, sia oggettivi, sia avanzati dalle imprese che tendono a non assumere le risorse a tempo indeterminato ma a sfruttare rapporti di consulenza e collaborazione a progetto. In Campania si è registrata una confusione di percorsi, strategie e modalità di azione sul territorio – con il passaggio da una impostazione strategica dal basso a una di tipo dirigistico – che ha determinato una serie notevole di difficoltà. Molti Comuni hanno preferito, pertanto, interloquire direttamente con le Amministrazioni Regionali, non passando per il tramite delle Agenzie di Sviluppo del territorio. Devo dire, in tutta onestà, che la Regione Campania ha lavorato molto bene in materia di politiche dei redditi e penso che la politica del sostegno al reddito minimo debba continuare soprattutto in una fase di congiuntura negativa in cui la Campania è particolarmente colpita.
Dal suo punto di vista, cosa si dovrebbe fare per invertire la tendenza?
Gli Enti locali dovrebbero puntare valorizzare il territorio nella sua specificità per creare le condizioni di appetibilità del territorio e di attrazione di risorse così come, ad esempio, Torre Annunziata è riuscita a fare con la zona franca. Per invertire la tendenza, sarebbe necessario, inoltre, puntare sulla vocazione turistica, enogastronomica e agricola della Campania, cercando di compensare la penalizzazione che ha subito il Sud dall’attuale governo nazionale. La ripresa della Campania, che si trasforma poi nella crescita dell’intera nazione, deve passare oggi attraverso strumenti fondamentali per lo sviluppo economico, quali gli Accordi di Reciprocità e Più Europa per generare indotto e sviluppare occupazione di risorse di alta professionalità, che potrebbero contribuire allo sviluppo economico. Bisognerebbe sfruttare di più le filiere produttive già radicate in Campania, dalla meccanica all’agricoltura. Altro settore di intervento che può offrire grandi prospettive all’occupazione è quello delle energie rinnovabili: se solo si pensi alla bonifica dei suoli non solo rimuovendo i veleni ma coltivandoci girasoli per produrre olii utilizzati come combustibile. Anche il governo nazionale deve fare la sua parte soprattutto nell’attuale momento di recessione con serie politiche di sostegno al reddito che non si limitino ai bonus e alla detassazione degli straordinari che, in tempi di crisi, non se ne fanno: negli ultimi anni il 9% del PIL (4% in Campania) è passato dal lavoro alla rendita e, quindi, all’impresa per cui, a conti fatti, i lavoratori sono ancora una volta i più colpiti da una crisi strutturale. La CGIL resta coerente nel difendere i redditi delle fasce più deboli, dai pensionati ai lavoratori a tempo determinato, e lo sciopero del 12 dicembre, come fatto anche al tempo del governo Prodi e oggi confermato, dimostra l’indipendenza dalla politica. La CGIL ha posto sul tavolo una piattaforma in sei punti su cui avviare un confronto con le proposte del governo, ma al momento tutto ciò che ha messo in campo il governo sono i 40 euro di aumento(80 euro con la produttività) per il pubblico impiego.






