di Pietro Gargano - 15 Dicembre 2008

Un tempo la vita dei vesuviani veniva soprattutto dalla terra resa fertile dalle ceneri del vulcano. Ma veniva anche dal mare, per millenni trasparente come cristallo e popolato da cefali, triglie, polpi, da tutte le altre creature citate nel canto popolare del Guarracino, guizzanti e saporite: senza uguali. Le prede catturate sulle bocche grassolle porticesi, una piana marina a ridosso del porto, avevano fama europea; i governanti su di esse si riservano diritto di esclusiva, noncuranti della fame della povera gente. I Romani vennero ad alzare le loro villae maritimae in una sequenza ininterrotta dalla Punta della Campanella a Posillipo, per godere della vista sul Golfo; vi insediavano vivai di murene e di ostriche. L’aria sulfurerea del Vesuvio si mescolava a quella marina, fresca e salmastra. Il vincolo fra vulcano e mare - ben documentato dalle tele di Giovan Battista Lusieri, dove convivono montagna, orti e marine - affonda nella leggenda. Nell’Egloga piscatoria Bernardino Rota narrò che per sfiggire alla caccia di due spasimanti, Vesevo e Sebeto, la ninfa Leucopetra si tuffò in mare e si trasformò in pietra. Vesevo, disperato, divenne montagna e sputò fuoco che si snodava in lave fino a raggiungere l’amata.  Sì, per secoli convissero contadini di mare e marinai di campagna, a volte rivali fra loro. Nel 1594 scoppiò una rissa selvaggia tra pescatori e pastori, dopo una partita al ventuno, una specie di morra. Cento i contusi da colpi di remo e di bastone. La faida durò tre anni finché un pescatore non salvò dalle acque rabbiose del Granatello il figlioletto di un pastore, e fu la pace.
Si acquisirono abilità particolari. Torre del Greco fu la “spugna del Regno”, con i coralli e i cammei lavorati da mani d’artista. Si moltiplicarono i mastri d’ascia costruttori di barca, Castellammare di Stabia e Torre Annunziata divenero sede di cantieri navali celebrati, come quasi tutti gli altri centri costieri. Un esempio dalla storia: nel 1322 a Portici fu varata una cocca di seicento tonnellate, con cinque bombarde, centoventi proiettili e tredici barili di polvere.  Dal mare poteva arrivare pure la morte, con le onde ciclopiche come quella che nel 980 distrusse baracche di pescatori e affondò natanti; o come quella che, durante l’eruzione del 1631, trasformò la linea di terra e spinse sui lidi una famiglia di capodogli. Dipendeva dal legame fra l’attività vulcanica e i movimenti marini, perché quello era davvero il mare del Vesuvio e la vita finiva per prevalere.  Dal mare venivano i pirati: Quattro sono li luoghi della saracina / Portici, Cremano, la Torre e Resina. E allora gli abili pescatori vesuviani divennero guerrieri. Giovanni Villani riferisce nella Cronica che nel 1320 corsari di Bajonne, dopo aver annientato navi di molte bandiere, attaccarono tre pescherecci porticesi e vennero messi in fuga con perdite. Dal mare arrivavano perfino le immagini sacre, come quella della venerata Madonna della Neve ripescata a Torre Annunziata. E hanno ancora forma di barca i carri sui si portano in processione i santi. Il fatto è che le due attività contigue - l’uso a beneficio collettivo delle ricchezze della terra e del mare - finirono per separarsi fino a non ritrovarsi più. Il mare quasi non bagnava più la costa del Vesuvio, ed era diventato marrone piuttosto che blu. Le attività e le tradizioni marinare decadevano.  Da qualche anno, anche grazie alla Tess, c’è stata un’inversione di tendenza, strategica. Si è capito che il Vesuvio non può restare un cono di separazione fra mondi diversi, che va pianificato un progetto armonioso di saldatura, di impiego di risorse, senza contraccolpi negativi sull’ambiente. Dal mare, porta di accesso ideale, si vedono meglio gli scavi delle città sepolte, ricchezza senza pari. Disse Goethe: “Molte sciagure sono avvenute nel mondo, ma poche hanno procurato altrettanta gioia alla posterità”.
Il simbolo della svolta è forse Castellammare. Il porto turistico di Marina di Stabia è già una realtà importante, la premessa di una Montecarlo vesuviana. Non una cattedrale nel deserto, come si diceva al tempo perduto del meridionalismo, ma un’iniziativa collegata al nuovo albergo Crown Plaza (che ha risanato uno sconcio), al turismo, al rilancio dei cantieri, delle terme, delle altre attrattive. Turismo e insieme industria, occupazione, antidoto alla camorra. Un tracciato ideale, con un rinnovato sistema di trasporti, deve riunire il vulcano e il mare, le serre dei fiori e i porti ammodernati e ampliati, come pure quelli di Torre Annuziata e di Torre del Greco con il “Layout Porto”. Ne sarà esempio il collegamento diretto, ideato dalla Tess, tra Parco del Vesuvio e lido attraverso il bosco di Portici, per una mobilità sostenibile; un legame tra le antiche lave e la scienza onorata nella facoltà di Agraria dove convivono i minerali di Parascandola ed esemplari di fauna marina locale. Andata e ritorno: “la via della storia” collegherà il mare a Ercolano e ai suoi scavi. Il mare del Vesuvio, se il progetto avrà fino in fondo la valenza dei fatti, potrà portare prosperità nonostante i venti della crisi globale. E allora avrà ragione Giacomo Leopardi, pessimista eppure sognatore, che da Torre del Greco, in La ginestra, poetò: “Dipinte uin queste rive / son dell’umana gente / le magnifiche sorti e progressive”.

 

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