di Ugo Marani - 10 Novembre 2008

La riconversione produttiva di aree a tradizionale vocazione manifatturiera verso modelli di specializzazione terziaria e industriale avanzata comporta inevitabili costi di transizione.  Di simili mutazioni la letteratura ha, per lo più, privilegiato l’indagine meramente economica, tralasciando, o analizzando solo parzialmente, le implicazioni sociali della crisi dell’industria matura. Quando un settore produttivo obsoleto muore la struttura sociale del territorio circostante ne è inevitabilmente influenzata: vecchie professionalità sono difficilmente spendibili, di nuovo, sul mercato; i tradizionali canali di inserimento lavorativo perdono certezze consolidate; la nuova offerta di lavoro stenta a trovare interlocutori credibili. Questo è quanto è accaduto in tutte le aree di antica vocazione manifatturiera in Europa: da Glasgow al Galles, dalla Lorena a Manchester.  Nell’area torrese-stabiese gli effetti dirompenti della crisi della manifattura sono stati, paradossalmente, amplificati dalla elevata presenza dell’industria metalmeccanica a prevalente capitale delle imprese a partecipazione statale, che, sulla costa tra Napoli orientale e Castellammare di Stabia, aveva infittito gli insediamenti. I vecchi elementi di forza dell’area sono divenuti forieri di debolezze e di costi che la società del luogo ha dovuto affrontare con il malessere di chi è costretto a reinventare, con fatica, una propria, nuova collocazione. Si aggiunga che tale territorio è stato reso sfortunatamente più problematico da un tendenzialmente arretramento relativo del Mezzogiorno rispetto alle regioni più dinamiche del Centro-Nord del paese e dell’Europa comunitaria.  La Tess, dunque, si è trovata e si trova ad operare in un frangente storico che ha coniugato le difficoltà strutturali specifiche dell’area torrese-stabiese con quelle più recenti dell’indebolimento del Mezzogiorno. Il mercato del lavoro è risultato, conseguentemente, l’indicatore più palese di queste contraddizioni: nonostante l’agenzia di sviluppo abbia agito con costanza e con ostinazione sia dal versante della domanda di lavoro sia da quello dell’offerta, la configurazione sociale del territorio è inevitabilmente soggetta a tendenze che stanno investendo il Mezzogiorno nel suo complesso. Prima fra tutte quella a maggiore costo e drammaticità sociale: l’emigrazione. Il lettore è a conoscenza della ripresentazione di un fenomeno che ci ha tristemente e stabilmente interessati fino a un lustro addietro. Esso, ora, assume nuove forme e nuovi attori, poiché riguarda, almeno per un terzo, laureati con il pc e non più emigranti con la valigia serrata dallo spago, la destinazione verso il settore terziario e non verso la catena di montaggio o la miniera, i giovani sui quali sono stati effettuati cospicui investimenti in capitale umano e non analfabeti del tutto privi di scolarizzazione. La Tess tenta di attenuare questo processo, in primo luogo potenziando le condizioni di occupabilità di chi entra sul mercato del lavoro e stabilendo una rete di rapporti con i comuni, le istituzioni regionali e l’imprenditoria, per massimizzare le probabilità che un giovane in cerca di prima occupazione possa, almeno, iniziare il suo percorso lavorativo in loco. Quel che l’agenzia auspica e si augura è che una medesima sensibilità e lungimiranza siano altrettanto diffuse tra gli operatori che dovrebbero frenare una simile emorragia.

*Docente di Politica Economica

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