di Pietro Gargano - 10 Novembre 2008

I sapienti la dicono brain train. Però la fuga dei cervelli dal Sud ha un connotato diverso da quello classico: non si parte per trovare condizioni migliori di impiego e di sapere, ma soprattutto per trovare lavoro. Lo scenario dell’emigrazione è mutato, non c’è più la valigia di cartone consumata dal sudore, ora i ragazzi infilano nel trolley il certificato di laurea o di diploma. La sostanza è la stessa, un Mezzogiorno vecchio, più povero, più arido di speranze.  Le statistiche sono impietose. In 600.000 sono scappati dal Sud negli ultimi dieci anni e la tendenza cresce. I meridionali laureati saliti al centro-nord erano 1.700 nel 1995, 5.600 nel 2001, 9.900 nel 2004 e così via. Secondo i calcoli di Mariano D’Antonio e Margherita Scarlato l’esodo delle intelligenze è cresciuto del 315 per cento. Secondo il rapporto Svimez 2007 è al nord il 40 per cento dei neolaureati meridionali occupati negli ultimi tre anni; quaggiù, dunque, solo il 60 trova una occasione, contro l’82 per cento del centro-nord. Non migliori i dati dei diplomati: a tre anni dal pezzo di carta trova impiego il 38,9 per cento contro il 49,1 del centro e il 56 del nord. Si capisce perché aumentano i diplomati che fanno l’università a Milano, Torino e dintorni. Un altro rapporto indica che 52 su 100 laureati emigrati all’estero ritiene “molto improbabile” il rientro.  Essendo la statistica scienza imperfetta, purtroppo queste cifre andrebbero ritoccate al rialzo. Un solo esempio: molti dati, come quelli dell’Istat, partono dai cambi di residenza; e invece capita che molti di quegli eterni nostalgici dei “terroni” aspettino quattro-cinque anni prima di ammettere che a casa torneranno magari solo per la pastiera e il panettone; solo allora trasferiscono la residenza. Talenti da svendere. E’ andata sempre così?  Sì e anche peggio se si pensa agli esodi biblici di fine Ottocento, a bordo dei piroscafi salpati da Napoli tra grappoli di bagagli e canzoni per non dimenticare la patria che sfumava all’orizzonte. Ma a quel tempo partivano anche dal nord più misero, la sofferenza era trasversale. Oggi lo stillicidio è appannaggio meridionale, uno dei tanti primati neri che vanno ad assommarsi nell’indifferenza del Paese. Prendete le tv e i giornali: quanto spazio dedicano alla fuga dei cervelli? Prendete i governi degli ultimi tempi, di destra e di sinistra: che cosa hanno fatto davvero per arginare l’emorragia, sostenere la ricerca, fare dell’università qualcosa di migliore e di diverso da un laureificio? Prendete quelle industrie che hanno bilanci a tanti zeri nonostante la latitudine bassa: quanto spendono per la ricerca e per la formazione? Nel 2007, tra l’altro, solo il 9 per cento di lavoro da parte delle imprese riguardava figure altamente qualificate.  Il meridionalismo - meglio: il meridione - sembra svanito dall’agenda nazionale. E no, non è andata sempre così. C’è stato un tempo in cui il Sud, in particolare Napoli e la Campania, registravano flussi inversi: intellettuali, scienziati e affini venivano qui per studiare, lavorare, migliorare. Si pensi, sul fronte delle arti, ai compositori che nei secoli - da Orlando Di Lasso a De Maque a Mozart - appresero e insegnarono, in uno scambio che fece di Napoli la capitale europea della musica, musica come arte e pure come industria. Ci sono canti popolari irlandesi che molto rassomigliano alle canzoni napoletane; il vostro cronista di recente ha forse scoperto il perché in un libro del Seicento: il vicereame spagnolo inviò venti musici da Napoli all’Irlanda affinché diffondero il loro patrimonio di note. Quando furono scoperte Ercolano e Pompei, il grande archeologo Winkelmann si precipitò sotto il Vesuvio, avido di nozioni nuove; il Museo archeologico della Reggia di Portici divenne un crocevia di ingegni. Quando si decise di realizzare la prima ferrovia italiana, la Napoli-Portici (1839), l’ingegnere francese Armand Bayard de la Vingtrie si candidò e ottenne l’impresa, e non era solo l’affare economico a smuoverlo. Quando fu fondato lo storico Osservatorio Vesuviano venne a dirigerlo Macedonio Melloni da Parma, un grande. Attorno alla Scuola Agraria di Portici si radunò il meglio della scienza italiana, dal novarese Oreste Bordiga (il padre del rivoluzionario Amadeo) al perugino Filippo Silvestri, il più grande entomologo del mondo; da Orazio Comes al romano Manlio Rossi Doria, l’ultimo meridionalista. Era livornese Guido Donegani che volle impiantare la Montecatini al Granatello, inquinando ma anche dando molti posti di lavoro. Pochi nomi tratti da una lista lunga. Bastano per una considerazione banale: se ci sono iniziative e imprese di rilievo il sud accoglie cervelli, non mette in fuga i suoi. E dovrebbe essere teoria oramai consolidata quella che fa dipendere la crescita di un Paese dalla competenza dei propri talenti piuttosto che dalle grandi industrie. La Costa del Vesuvio ha risorse enormi di intelligenze, oltre che di materie prime scientifiche e culturali. Se lo Stato, gli enti territoriali languono, un ruolo di speranza spetta agli enti di sviluppo, come la Tess, che possono seguire strategie armoniche per rilanciare l’economia e individuare gli orizzonti dello sviluppo; superare gli egoismi municipali; formare e riqualificare i giovani moltiplicando le possibilità di un lavoro soddisfacente, creare stretti rapporti tra scuole, università e aziende; coniugare tradizione e modernità; di converso arginare lo strapotere della criminalità organizzata: forse sono loro le prime leve di quel “contratto sociale” fra cittadini e istituzioni invocato da Andrea Ichino.

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