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Intervista a Enrico Viceconte - Responsabile Offerta Formativa e Massimiliano Esposito - Coordinatore Master in Direzione e Gestione di Impresa
STOA’ Istituto di Studi per la Direzione e Gestione d’Impresa
Dall’analisi del rapporto Svimez vi è una massiccio esodo di forza lavoro dal Sud di cui circa la metà è campana; inoltre, a differenza del passato, si tratta di giovani con alti livelli di scolarizzazione. E’possibile mappare il collocamento degli studenti dopo il conseguimento dei Master a STOA’?
Bisogna innanzitutto fare una differenziazione degli studenti in entrata: circa il 18% di essi vengono da altre regioni per cui si dovrebbero escludere dal conteggio. Altra premessa importante è la caratteristica dell’orientamento dei nostri master e alle azioni di placement: innanzitutto aggiorniamo costantemente i corsi tenendo in considerazione gli sviluppi del mercato e puntando su tre aree della struttura aziendale: commerciale e marketing, amministrazione e controllo, finanza; dal punto di vista delle competenze personali, indipendentemente dall’indirizzo di laurea conseguito, ci sforziamo a rendere “aziendalizzabile” le competenze dello studente, onde garantirne maggiori opportunità di inserimento: non puntiamo a massimizzare la sua specializzazione ma a massimizzarne la adattabilità alle dinamiche aziendali. Prima di vedere dove vanno i nostri studenti è necessario vedere quali settori scelgono: la maggior parte degli studenti del Master in Direzione e Gestione di Impresa (MDGI) punta all’industria manifatturiera, seguita dai servizi di consulenza, intesa quella effettuata dalle grandi realtà internazionali che hanno una divisione in Italia, servizi finanziari specializzati del settore bancario – soprattutto gestione crediti e risk management –, telecomunicazioni e società dell’informazione, anche se si tratta di un settore che ormai è in calo di attrattività e sbocchi occupazionali e solo una percentuale irrisoria punta all’autoimpiego e alla Pubblica Amministrazione. C’è da precisare, però, che per altre tipologie di master, quale quello in Local Development, la quota di indirizzo verso il settore pubblico è decisamente superiore. Da questi elementi si può dedurre che la maggior parte delle opportunità si riscontrano al Nord dove sono insediati i centri strategici della maggior parte delle aziende che operano in questi settori. Un dato attendibile sugli studenti degli ultimi quattro del MDGI anni è che l’80% lascia la Campania; il dato si mitiga nei tempi più lunghi, nel senso che vi è la tendenza, soprattutto per la componente femminile, di rientrare in regione dopo qualche anno in altre aree d’Italia o d’Europa. In ogni caso, gli studenti campani hanno maggiore disponibilità a muoversi rispetto agli omologhi liguri o lombardi.
Che giudizio esprimete sull’operato delle istituzioni, mondo dell’impresa, università per rendere la Campania più attrattiva e creare maggiori opportunità?
Abbiamo difficoltà nel trovare placement nelle aziende campane che ancora sono restie a investire sul capitale umano e a ricorrere a figure manageriali; i percorsi professionali all’interno delle aziende campane e meridionali sono brevi e generalmente non arrivano ai vertici; quelle pochissime che operano in controtendenza, sono anche le più dinamiche, aperte alla gestione manageriale e le più orientate verso i mercati internazionali. Lo stesso ritardo è riscontrabile nella spinta alla innovazione tecnologica.
Le Università sono altrettanto in ritardo in quanto a orientamento dei propri studenti verso gli sbocchi occupazionali: più che gli sportelli di orientamento occorrerebbero percorsi e processi di orientamento; inoltre, anche dopo la laurea, l’Università perde del tutto i contatti con gli ex studenti, poiché non stimola associazioni e reti che permetterebbero non solo di tracciare il loro percorso professionale, ma potrebbero ottenere informazioni preziose per migliorare i servizi offerti agli studenti.
Per quanto riguarda la Regione, essa ha un ruolo importante perché può immettere linfa nel creare un circuito virtuoso per la formazione anche in collegamento con le Università: alla Regione va il plauso per aver già pubblicato la Delibera che consente l’emanazione del bando pubblico per le borse di studio per l’anno accademico in corso così da dare la possibilità di richiedere il finanziamento in concomitanza con l’inizio dell’anno accademico a chi voglia investire sulla formazione universitaria. Inoltre si deve sottolineare che la Regione Campania ha riconosciuto i ritardi del proprio modello formativo orientato esclusivamente sulla formazione professionale e si sta sforzando a cambiarlo nel senso di una formazione di tipo manageriale che è considerata un fattore di sviluppo e di competitività. In realtà tale formazione nel resto d’Europa è fornita dalla Business School, che è una struttura che nasce nel seno delle facoltà di economia ma ha ampia autonomia nell’ambito delle discipline manageriali: l’Italia ha una dotazione più ridotta e noi di Stoà rappresentiamo solo un piccolo caso: in generale l’intero Paese si trova in ritardo in tutti gli indici di competitività (solo al 43° posto nel mondo). In un sistema di per sé debole è ovvio che dove c’è più necessità di fare sistema i tre propulsori di sviluppo, istituzioni, università e imprese, definiti anche come “tripla elica” secondo l’elaborazione di Riccardo Viale e Henry Etzkowitz, si tendono a lavorare a canne d’organo dove l’uno non sa cosa l’altro stia facendo: l’università è troppo centrata sulla coerenza didattica interna, la pubblica amministrazione segue la propria logica e le imprese un’altra; in questa dispersione la business school è tipicamente il luogo della interazione e Stoà attrae i tre soggetti – che, tra l’altro, sono anche i suoi soci – perché sta nascendo la consapevolezza della necessità di sinergia tra le tre eliche, appunto.






